ABRUZZO
Amatrice, dieci anni dopo: la ricostruzione che non arriva
Due terzi dei progetti pubblici non sono ancora iniziati, scrive il Guardian. L'Abruzzo guarda al cratere del 2016 con memoria lunga
Marco Di Sante670 wordsEdition №95mercoledì 26 agosto 2026 — Edizione № 95
Dieci anni dopo il terremoto che distrusse Amatrice e i borghi del centro Italia, la ricostruzione pubblica è ancora in larga parte sulla carta. Secondo un'inchiesta del Guardian pubblicata domenica, a partire da aprile due terzi dei progetti pubblici pianificati ad Amatrice non erano ancora iniziati, e la percentuale sale a sette su dieci nelle aree più colpite dal sisma dell'agosto 2016.
Lunedì la comunità si è riunita per una messa in commemorazione del decimo anniversario, in un paese che resta un simbolo della fragilità dell'Italia appenninica e della lentezza con cui lo Stato risponde alla catastrofe.
Dall'Abruzzo, che nel 2009 visse la stessa esperienza con il terremoto dell'Aquila, la notizia arriva come un'eco dolorosa: la memoria della ricostruzione infinita è un filo che unisce i crateri sismici italiani.
Il terremoto del 24 agosto 2016, di magnitudo 6.2, colpì il cuore dell'Appennino centrale, distruggendo Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Furono 299 le vittime, la maggior parte ad Amatrice, dove la scossa colse la città nel cuore della notte di San Bartolomeo, mentre la piazza era piena per la festa patronale.
A dieci anni di distanza, il Guardian riferisce che la ricostruzione privata procede con difficoltà, ma è quella pubblica a destare la preoccupazione maggiore: scuole, municipi, chiese e opere di interesse collettivo restano in molti casi progetti fermi, avvolti nella burocrazia e nelle incertezze amministrative.
Il corrispondente del Guardian descrive la rabbia dei residenti, che vedono passare gli anni senza che i cantieri si aprano. La messa di lunedì è stata anche un'occasione per riaccendere i riflettori su una ferita che il resto del mondo tende a dimenticare.
Per l'Abruzzo la storia ha un sapore particolare. Il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009, che uccise 309 persone, ha lasciato in eredità una ricostruzione che solo di recente ha visto la luce del centro storico, ma che per anni è stata criticata dalla stampa internazionale per i ritardi e per le soluzioni provvisorie.
Il Guardian, che ha seguito entrambe le vicende, ha più volte sottolineato come l'Italia manchi di un modello efficace per la ricostruzione post-sisma, affidandosi a commissari straordinari e ordinanze che si sovrappongono senza una visione d'insieme.
La comparazione tra i due terremoti è inevitabile per chi vive sull'Appennino. Dalle pendici del Gran Sasso, la ricostruzione dell'Aquila ha insegnato che i tempi lunghi non sono un'eccezione ma la regola: la maggior parte degli edifici privati è stata recuperata, ma le opere pubbliche e le periferie hanno atteso anni.
Il caso di Amatrice, però, presenta una peculiarità: il paese era già segnato dallo spopolamento prima del sisma, con una popolazione che si era ridotta a meno di duemila abitanti. La ricostruzione, per essere sostenibile, deve affrontare la questione demografica, un tema che tocca anche i borghi abruzzesi dell'entroterra.
Secondo il Guardian, molti ex residenti non torneranno mai: hanno trovato lavoro e casa altrove, e i ritardi nella ricostruzione rendono il ritorno ancora più improbabile. È il rischio che l'Abruzzo conosce bene, dove interi paesi del cratere 2009 hanno visto la popolazione dimezzarsi.
La lentezza non è solo un problema di risorse. Il Guardian cita la complessità delle procedure, i contenziosi tra comuni e imprese, e la mancanza di personale tecnico negli uffici pubblici, un problema che affligge anche i comuni abruzzesi colpiti dal sisma del 2009.
La ricostruzione dell'Appennino centrale è stata affidata a un commissario straordinario, ma il Guardian sottolinea che il passaggio di consegne tra governi e la frammentazione delle competenze hanno rallentato il processo. Nel 2026, a dieci anni esatti, il bilancio è impietoso.
Per l'Abruzzo, la lezione di Amatrice è anche una questione di identità: la dorsale appenninica, da Norcia all'Aquila fino al Gran Sasso, è una terra segnata dalla sismicità, dove la capacità di ricostruire determina la sopravvivenza stessa delle comunità.
Le organizzazioni internazionali, dalla Protezione Civile ai volontari europei che intervennero nel 2016, hanno più volte avvertito che l'Italia deve investire nella prevenzione e nella manutenzione del territorio, non solo nella riparazione del danno. Ma, come mostra il caso di Amatrice, la politica resta indietro.
Il Guardian conclude che il decimo anniversario rischia di essere un'occasione persa, se non si trasformerà in un impegno concreto a completare le opere. Per chi vive sull'Appennino, la speranza è che questa volta le promesse vengano mantenute.
