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MOLISE

Amatrice e la ricostruzione lenta: il Molise osserva

A dieci anni dal terremoto, i lavori pubblici restano indietro. L'Appennino molisano conosce quel ritmo.

Antonio Petrella983 wordsEdition93lunedì 24 agosto 2026 — Edizione № 93

A dieci anni dal terremoto che devastò il centro Italia, Amatrice resta un cantiere incompiuto. Secondo il Guardian, ad aprile due terzi dei progetti pubblici pianificati non erano ancora iniziati, una cifra che sale a sette su dieci nelle aree più colpite. La lentezza della ricostruzione è diventata un simbolo nazionale di abbandono.

Per il Molise, la vicenda non è una cronaca lontana. Il confine con il Lazio e l'Abruzzo è a pochi chilometri dai paesi del cratere sismico, e la stessa fragilità geologica attraversa l'intero Appennino centrale. Le comunità molisane conoscono il terremoto e conoscono l'attesa.

Il Guardian ha ricostruito il decimo anniversario del sisma del 24 agosto 2016, che colpì Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, uccidendo quasi trecento persone. Il giornale britannico sottolinea come, ad aprile, buona parte dei progetti pubblici fosse ancora ferma, alimentando la rabbia dei residenti e il sospetto che la ricostruzione privata proceda meglio di quella delle opere collettive.

La cifra citata dal Guardian — due terzi dei progetti pubblici non iniziati, sette su dieci nelle zone più colpite — fotografa un divario che non è solo temporale. È anche una questione di fiducia: ogni ritardo erode la convinzione che lo Stato sappia mantenere le promesse nelle aree interne.

Per il Molise, la questione è esistenziale. La regione è attraversata da faglie sismiche note, e i paesi dell'Alto Molise hanno subito scosse significative nel corso dei decenni. La memoria del terremoto dell'Irpinia del 1980, che ferì anche il confine molisano, è ancora viva nelle generazioni più anziane.

La fragilità del territorio non è solo geologica. I piccoli comuni dell'Appennino molisano condividono con Amatrice lo stesso destino demografico: popolazione che invecchia, giovani che emigrano, servizi che si assottigliano. Quando un terremoto colpisce, la ricostruzione non deve solo riparare gli edifici, ma anche impedire che la comunità si dissolva.

Il Guardian osserva che la ricostruzione privata è andata più veloce di quella pubblica, un paradosso che ha alimentato il risentimento. Nelle aree interne, dove le case sono spesso l'unico patrimonio delle famiglie, la differenza tra un cantiere privato che avanza e una scuola o una strada che restano ferme è una ferita quotidiana.

Gli esperti citati dal giornale britannico sottolineano che la burocrazia e la mancanza di coordinamento hanno rallentato le opere pubbliche. Per i paesi del cratere, scuole, municipi e strutture sanitarie non sono solo edifici: sono i pilastri che tengono in vita una comunità.

Nel Molise, la lettura di questa vicenda passa attraverso un filtro particolare. La regione è stata spesso descritta dalla stampa estera come un laboratorio di spopolamento, con borghi che offrono case a un euro per attrarre nuovi abitanti. La ricostruzione post-sisma è un altro capitolo della stessa storia: se lo Stato non ricostruisce, la gente non torna.

Il Guardian ricorda che il terremoto del 2016 fu seguito da una lunga emergenza abitativa, con migliaia di sfollati ospitati sulla costa adriatica. Anche il Molise, pur non essendo nel cratere principale, ha visto un afflusso di sfollati e ha partecipato alla solidarietà nazionale.

A dieci anni di distanza, la domanda che il Guardian pone è semplice: quanto tempo serve per ricostruire? Per le aree interne, la risposta non è solo una questione di cemento. È una questione di futuro. Se i lavori pubblici restano fermi, i giovani non hanno motivo di restare o tornare.

I sindaci dei paesi colpiti, intervistati dalla stampa internazionale, hanno ripetuto più volte lo stesso appello: la ricostruzione non è un costo, è un investimento nella sopravvivenza. È un messaggio che risuona con forza nei piccoli comuni molisani, dove ogni cantiere aperto è una speranza concreta.

Il Guardian conclude che il decimo anniversario è stato un'occasione di bilancio, ma anche di rinnovata protesta. I residenti di Amatrice hanno manifestato per chiedere tempi certi e risorse adeguate. Per il Molise, quella protesta è un monito: la stessa sorte potrebbe toccare a qualsiasi paese dell'Appennino.

La lezione che il Molise trae da Amatrice è duplice. Da un lato, la necessità di prevenzione e messa in sicurezza del territorio, per ridurre i danni di un futuro sisma. Dall'altro, la consapevolezza che la ricostruzione è un banco di prova della presenza dello Stato nelle aree più fragili del paese.

Il Guardian sottolinea come la ricostruzione privata, sostenuta dalle assicurazioni e dalle risorse familiari, abbia proceduto più speditamente. Ma per le opere pubbliche — strade, scuole, edifici comunali — il ritmo è stato un'altra storia. È esattamente il tipo di infrastrutture che mancano già oggi in molte aree interne.

Per chi vive in Molise, la vicenda di Amatrice è anche una questione di prossimità. I confini regionali sono linee amministrative, non barriere fisiche. La montagna è la stessa, il rischio sismico è lo stesso, e la lentezza dello Stato è percepita come un problema comune.

Il Guardian riporta che il governo italiano ha promesso nuovi fondi e un'accelerazione dei lavori. Ma la diffidenza resta alta. In un territorio dove le promesse si misurano in decenni, i cittadini di Amatrice — e quelli che li osservano dall'Appennino — aspettano di vedere i cantieri aperti.

Il decimo anniversario non ha portato solo commemorazioni. Ha portato anche una nuova mobilitazione, con i residenti che chiedono di non essere dimenticati. Per il Molise, quella mobilitazione è un esempio di resistenza civile in un'area che il resto del paese tende a ignorare.

La ricostruzione di Amatrice è, per il Guardian, il simbolo di un problema più ampio: la gestione delle emergenze e del territorio in un paese fragile. Il Molise, con i suoi borghi in bilico tra spopolamento e speranza, guarda a quel simbolo con attenzione. La storia di Amatrice è anche la storia di ciò che potrebbe accadere altrove.

In definitiva, il ritmo della ricostruzione non è solo una questione di efficienza amministrativa. È una misura di quanto lo Stato consideri preziosi i suoi territori più marginali. Per il Molise, la risposta a questa domanda determinerà il proprio futuro.

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