NAZIONALE
Amatrice, ricostruzione lenta: il monito che arriva all'Abruzzo
A dieci anni dal sisma, due terzi dei progetti pubblici non sono iniziati. Dal cratere 2009, L'Aquila osserva.
Marco Di Sante840 wordsEdition №93lunedì 24 agosto 2026 — Edizione № 93
A dieci anni dal terremoto che rase al suolo Amatrice, il Guardian racconta una città ancora in attesa. Secondo il quotidiano britannico, ad aprile due terzi dei progetti pubblici pianificati non erano ancora iniziati, una percentuale che sale a sette su dieci nelle aree più colpite dal sisma del 2016.
La lentezza della ricostruzione non è solo una questione di cronaca locale. È il nodo che tiene insieme la fiducia dei cittadini nello Stato e la capacità delle istituzioni di rispondere al disastro, un tema che l'Abruzzo conosce fin troppo bene.
Dal cratere del 2009, la memoria di L'Aquila e dei paesi del Gran Sasso si sovrappone a quella di Amatrice. La ricostruzione privata è andata avanti, ma quella pubblica — scuole, chiese, edifici comunali — è rimasta indietro, alimentando un senso di abbandono che il Guardian oggi documenta con cifre precise.
Il Guardian apre il suo racconto con un'immagine nitida: dieci anni dopo il sisma del 24 agosto 2016, Amatrice è ancora un cantiere incompiuto. Il terremoto di magnitudo 6.2 colpì il centro Italia, uccidendo 299 persone, e la città laziale divenne il simbolo di quella notte. Ora, il corrispondente britannico annota che la ricostruzione pubblica procede a rilento: due terzi dei progetti pubblici non avevano ancora visto il primo colpo di piccone ad aprile, sette su dieci nelle zone più devastate.
Il giornale britannico cita la rabbia dei residenti, che vedono passare gli anni senza che scuole, municipio e strutture comunali tornino alla vita. È una rabbia che l'Abruzzo ha imparato a riconoscere: la stessa che è cresciuta a L'Aquila negli anni successivi al 6 aprile 2009, quando il capoluogo abruzzese e i suoi dintorni contavano 309 vittime e una città intera da ricostruire.
La distanza tra le due emergenze è di circa cento chilometri, ma il filo che le unisce è sottile e resistente. Entrambe hanno messo alla prova il modello italiano di gestione post-sisma, fatto di ordinanze, commissari straordinari e fondi europei. Il Guardian ricorda che ad Amatrice la ricostruzione privata ha fatto passi avanti, ma quella pubblica — il tessuto collettivo, le piazze, i luoghi di incontro — è quella che arranca di più.
Per chi vive sull'Appennino abruzzese, la notizia ha un sapore particolare. La ricostruzione dell'Aquila è stata a lungo descritta dalla stampa internazionale come un esempio di ritardi e burocrazia, ma anche come un laboratorio di resilienza. Il New York Times e la BBC hanno seguito per anni le vicende del capoluogo, raccontando la lenta rinascita del centro storico e le difficoltà delle frazioni.
Il Guardian sottolinea un dato che suona familiare: la burocrazia. I progetti pubblici, finanziati ma non avviati, restano bloccati in un labirinto di autorizzazioni e verifiche. È lo stesso copione che ha accompagnato la ricostruzione abruzzese, dove alcuni cantieri sono rimasti fermi per anni prima di ripartire.
C'è poi il tema della memoria. Il decennale di Amatrice cade in un'estate in cui l'Italia intera guarda ai suoi territori fragili. Il Guardian ricorda le vittime e il dolore di quella notte, ma anche la promessa fatta allora: ricostruire meglio e più in fretta. Una promessa che, a giudicare dai numeri, non è stata mantenuta.
Dall'Abruzzo, la lezione è duplice. Da un lato, la consapevolezza che la ricostruzione è un processo lungo, che richiede risorse e pazienza. Dall'altro, la necessità di non ripetere gli stessi errori. Le associazioni locali e i comitati dei cittadini aquilani hanno spesso guardato ai paesi del cratere 2016 come a un banco di prova: se la macchina non funziona lì, difficilmente funzionerà altrove.
Il Guardian riporta anche le voci di chi ad Amatrice non è tornato. Molti ex residenti vivono in alloggi temporanei o si sono trasferiti altrove, e il paese fatica a ritrovare la sua identità. È un fenomeno che l'Abruzzo conosce bene: lo spopolamento delle aree interne, che svuota i borghi e invecchia la popolazione, è una ferita aperta anche nella regione.
La ricostruzione, insomma, non è solo una questione di muri e tetti. È una questione di comunità. Il Guardian lo dice chiaramente: senza spazi pubblici funzionanti, senza scuole e senza luoghi di aggregazione, un paese non può tornare a vivere. E l'Abruzzo, che ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle, può solo concordare.
Nei prossimi mesi, il governo italiano dovrà rendere conto dei fondi stanziati per il cratere 2016. Il Guardian osserva che la pressione dell'opinione pubblica e delle istituzioni europee potrebbe accelerare i tempi. Ma per chi ha visto passare gli anni, lo scetticismo resta.
Per L'Aquila e le sue montagne, la storia di Amatrice è uno specchio. La ricostruzione del capoluogo abruzzese è oggi considerata in gran parte completata, ma il percorso è stato irto di ostacoli e ha lasciato cicatrici. Il Guardian, raccontando Amatrice, offre all'Abruzzo l'occasione di misurare quanto sia cambiato il sistema, e quanto ancora resti da fare.
La speranza, annota il corrispondente britannico, è che il decennale serva a rilanciare l'impegno. Ma la rabbia dei residenti è il sentimento dominante. È una rabbia che l'Appennino conosce, e che continua a risuonare da un cratere all'altro.
