BASILICATA
Dieci anni dopo Amatrice, la ricostruzione che non arriva
Il Guardian racconta il lento ritmo dei cantieri nel cratere del 2016. Per il Sud, la memoria dei terremoti è una ferita aperta
Pietro Lasorsa891 wordsEdition №95mercoledì 26 agosto 2026 — Edizione № 95
A dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 rase al suolo Amatrice e decine di altri paesi del centro Italia, la ricostruzione è ancora lontana dall'essere completata. Lo documenta il Guardian in un reportage pubblicato domenica, alla vigilia della messa commemorativa: ad aprile, due terzi dei progetti pubblici pianificati ad Amatrice non erano ancora iniziati, e nelle aree più colpite la percentuale sale a sette su dieci.
Per la Basilicata, il racconto del Guardian ha un eco particolare. La regione è stata segnata nei decenni da terremoti devastanti — quello del 1980 in Irpinia, che colpì anche il confine lucano, e quelli storici del 1857 e del 1694 — e conosce bene la lunga attesa che segue un sisma. I paesi dell'entroterra, già fragili per lo spopolamento, rischiano di non riaversi mai del tutto.
Il reportage del Guardian non si limita ai numeri. Racconta le persone, le famiglie ancora fuori casa, i giovani che se ne sono andati, gli anziani rimasti. E pone una domanda che vale per tutto il paese: perché in Italia la ricostruzione è sempre così lenta?
Il terremoto del 24 agosto 2016, magnitudo 6.2, colpì il centro Italia alle 3:36 del mattino. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto furono i paesi più colpiti: 299 morti, migliaia di sfollati, un patrimonio storico e architettonico in gran parte distrutto. La scossa, avvertita fino a Roma, fu la prima di una lunga sequenza sismica che per mesi tenne in allarme l'Appennino centrale.
Il Guardian ricorda che la ricostruzione privata è in parte avanzata, ma quella pubblica — chiese, scuole, municipi, edifici storici — procede a rilento. I dati citati dal giornale britannico sono impietosi: a partire da aprile, due terzi dei progetti pubblici pianificati ad Amatrice non avevano ancora iniziato, e nelle aree più colpite la percentuale sale a sette su dieci.
Per la Basilicata, il tema della ricostruzione post-sisma è una ferita storica. Il terremoto del 23 novembre 1980, magnitudo 6.9, colpì la Campania e la Basilicata, uccidendo quasi tremila persone. I paesi lucani di Melfi, Lavello, Rionero in Vulture e molti altri subirono danni gravissimi. La ricostruzione durò anni, con ritardi e polemiche che la stampa nazionale raccontò a lungo.
Ancora prima, il terremoto del 16 dicembre 1857, noto come il 'Grande Terremoto' della Basilicata, distrusse interi paesi come Montemurro e Grumento Nova e causò circa undicimila vittime. E quello del 1694, che colpì la valle del Basento, è ricordato come uno dei più catastrofici della storia della regione. La memoria sismica della Basilicata è lunga, e la lezione è sempre la stessa: dopo il terremoto, il rischio più grande è l'oblio.
Il Guardian cita la rabbia dei residenti di Amatrice, che lunedì si sono riuniti per la messa commemorativa nel decimo anniversario. 'Le persone sono stanche di aspettare', scrive il corrispondente. 'Vedono i paesi vuoti, le case transitorie, i cantieri fermi, e si chiedono se qualcosa cambierà mai'.
La lentezza della ricostruzione ha conseguenze che vanno oltre i danni materiali. I paesi colpiti dal sisma del 2016, già segnati da decenni di spopolamento, hanno visto accelerare l'emigrazione: i giovani non tornano, le scuole chiudono, i servizi si riducono. Il rischio è che la ricostruzione fisica — quando arriverà — serva a ricostruire paesi vuoti.
Per la Basilicata, che oggi guarda al centro Italia con la memoria dei propri terremoti, la domanda è se esista un modello diverso. Negli ultimi anni, la regione ha cercato di investire nella prevenzione sismica — messa in sicurezza degli edifici, piani di emergenza, formazione — ma i fondi restano limitati e l'attenzione politica si concentra altrove.
Il reportage del Guardian sottolinea anche un paradosso: mentre la ricostruzione pubblica è ferma, il turismo legato alla memoria del terremoto è cresciuto. Amatrice, simbolo della catastrofe, è diventata meta di pellegrinaggio laico: migliaia di persone visitano ogni anno i luoghi del sisma, e i ristoranti del paese — famosi per la pasta all'amatriciana — hanno ripreso a lavorare. Ma il turismo non basta a ricostruire un paese.
La Basilicata ha vissuto un'esperienza simile con Matera: la città dei Sassi, a lungo simbolo di povertà, è stata riscoperta come patrimonio dell'umanità. Ma Matera non era stata distrutta da un terremoto: era stata abbandonata. La differenza è importante. Un paese distrutto da un sisma non può essere semplicemente 'riscoperto': va ricostruito, pietra su pietra, con fondi, progetti e volontà politica.
Il Guardian ricorda che il governo italiano ha stanziato decine di miliardi di euro per la ricostruzione del centro Italia, ma che la macchina burocratica è lenta e i progetti si impantanano tra gare d'appalto, ricorsi e cambi di amministrazione. La stessa storia si è ripetuta dopo il terremoto dell'Aquila del 2009 e dopo quello dell'Irpinia del 1980.
Per chi vive in Basilicata, dove la memoria dei terremoti è parte dell'identità collettiva, il decimo anniversario di Amatrice è un monito. Il Sud sa che il rischio sismico non è un evento eccezionale ma una condizione permanente, e che la differenza la fanno la prevenzione, la rapidità degli interventi e la capacità di non dimenticare.
Il reportage del Guardian si chiude con una nota amara: 'Amatrice è ancora un cantiere, ma anche un monumento. Un monumento alla lentezza italiana, e alla pazienza di chi aspetta'. Per la Basilicata, quella pazienza è una storia conosciuta. La speranza è che la prossima generazione non debba raccontarla di nuovo.
