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MOLISE

Ancelotti esporta il calcio italiano in Brasile, ventiquattro anni dopo

L'allenatore più decorato della storia del club guida la Seleção verso il Mondiale. L'Italia perde un'altra eccellenza, ma la vende caro.

Antonio Petrella920 wordsEdition9lunedì 8 giugno 2026 — Edizione № 9

Carlo Ancelotti, l'allenatore italiano più decorato della storia del calcio mondiale, è stato nominato alla guida della nazionale brasiliana. Secondo il Washington Post, il Brasile ha scelto un forestiero per la prima volta nella sua storia calcistica, affidandosi a Ancelotti per ritrovare la sua anima calcistica ventiquattro anni dopo l'ultimo titolo mondiale.

Ancelotti ha vinto tre Champions League, due Premier League, una Liga spagnola, una Serie A italiana e decine di altri trofei nei club. La sua nomina rappresenta un momento raro: il Brasile, tradizionalmente geloso della propria identità calcistica, riconosce che la ricerca della vittoria richiede uno sguardo esterno.

Per l'Italia, la partenza di Ancelotti è l'ennesima esportazione di talento. Come il Molise perde i suoi giovani verso il Nord e l'Europa, l'Italia perde i suoi migliori tecnici verso i grandi club e le nazionali ricche del mondo. Il calcio italiano, una volta esportatore di stile e metodo, diventa sempre più un vivaio per altri.

La carriera di Ancelotti attraversa tre decenni e quattro continenti. Ha iniziato come calciatore nella Roma, poi ha allenato il Parma, la Juventus, il Milan, il Chelsea, il Real Madrid, il Bayern Monaco, l'Everton, il Napoli. Ogni tappa è stata segnata da successi, ma anche da una costante: il riconoscimento internazionale del suo valore.

Quando Ancelotti è stato nominato al Real Madrid nel 2013, era già un allenatore affermato. Ma la vittoria della Champions League nel 2014 lo ha consacrato come il tecnico più vincente dell'era moderna. Da allora, ha continuato a vincere ovunque sia andato, consolidando una reputazione che trascende i confini nazionali.

Il Brasile che lo chiama è un paese in crisi calcistica. La nazionale non vince un Mondiale dal 2002, quando Ronaldo e Ronaldinho guidavano la Seleção. Da allora, il calcio brasiliano ha subito una lenta erosione: i migliori giocatori sono emigrati in Europa, le strutture nazionali non hanno saputo rinnovarsi, la fiducia nel modello tradizionale brasiliano si è incrinata.

La scelta di Ancelotti rappresenta un cambio di paradigma. Il Brasile, che per decenni ha affidato la propria identità calcistica a brasiliani che incarnavano lo stile nazionale, ora riconosce che il calcio moderno richiede una visione tattica sofisticata, una gestione manageriale, una capacità di integrare talenti diversi in un sistema coerente.

Questo è esattamente quello che Ancelotti ha sempre fatto. Non è un tattico rigido come Mourinho, né un visionario come Guardiola. È un costruttore di equilibri, un uomo che sa come far convivere ambizioni individuali e obiettivi collettivi, come gestire spogliatoi pieni di campioni senza che l'ego prevalga sulla squadra.

Per l'Italia, la notizia della nomina di Ancelotti in Brasile è un riconoscimento indiretto del valore del calcio italiano. Il metodo italiano — la difesa solida, la disciplina tattica, l'efficienza — rimane un modello ricercato nel mondo. Ma è un modello che l'Italia esporta come know-how, non come prodotto finito.

Il parallelo con il Molise è più profondo di quanto possa sembrare. Entrambi rappresentano una forma di esportazione di capitale umano che non genera ricchezza locale. Un giovane molisano che parte per Milano porta con sé le sue energie, la sua formazione, il suo potenziale produttivo. Ancelotti che va in Brasile porta con sé la sua esperienza, la sua metodologia, il suo prestigio.

In entrambi i casi, la regione o il paese di origine perde. Il Molise non recupera il giovane che parte, e l'Italia non recupera Ancelotti che va a vincere in Brasile. Quello che rimane è una reputazione, una traccia, un'influenza culturale — ma non una ricchezza tangibile.

Il calcio italiano, come il Molise, è un esportatore di talento in un'economia globale dove il talento si sposta verso i centri di potere e di ricchezza. I migliori allenatori italiani lavorano per club stranieri o nazionali ricche. I migliori giocatori italiani giocano in Premier League o in Spagna. E i giovani molisani lavorano a Milano, a Roma, a Berlino.

La nomina di Ancelotti in Brasile arriva in un momento in cui l'Italia calcistica sta attraversando una fase di transizione. La nazionale italiana non si è qualificata per i Mondiali del 2022, un'umiliazione storica per una nazione che ha vinto quattro titoli mondiali. Il calcio italiano di club rimane competitivo, ma non dominante come negli anni novanta e duemila.

Ancelotti rappresenta una generazione di tecnici italiani che ha costruito la propria carriera internazionale negli ultimi vent'anni. Prima di lui, altri allenatori italiani hanno guidato grandi squadre estere: Fabio Capello al Real Madrid, Lippi in Cina, Mancini in Russia e poi in Arabia Saudita. Tutti hanno portato con loro il metodo italiano, ma nessuno di loro ha generato una ricchezza che tornasse in Italia.

Il Brasile paga bene. La Confederazione Brasiliana di Calcio avrà offerto a Ancelotti un contratto sostanzioso, probabilmente con bonus legati ai risultati nei Mondiali. Ma questi soldi vanno a Ancelotti come individuo, non all'Italia come paese. L'Italia non riceve royalties per l'esportazione dei suoi migliori tecnici.

Nel Molise, il fenomeno è ancora più evidente. Quando un giovane molisano parte per lavorare altrove, la regione perde non solo la sua manodopera, ma anche il suo contributo fiscale, i suoi consumi locali, la sua presenza. La regione invecchia, i servizi si riducono, l'economia locale si contrae. L'esodo genera una spirale negativa che è difficile invertire.

Ancelotti avrà successo in Brasile? Probabilmente sì. Ha tutti gli strumenti per farlo: l'esperienza, la credibilità, la capacità di gestire talenti di primo livello. Ma il suo successo sarà un successo brasiliano, non italiano. L'Italia avrà contribuito a formarlo, ma non raccoglierà i frutti della sua vittoria.

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