The newspaper of Italy, seen from abroad
La Veduta — giornale di idee, cultura e affari
Inaugural Edition № 1
World wire
Back to the edition

ABRUZZO

I bambini ucraini che non vogliono tornare: la montagna come rifugio

Il Guardian racconta i minori evacuati nel 2022 e accolti nelle Alpi. Tra loro e Kyiv, un braccio di ferro che l'Appennino conosce bene.

Marco Di Sante834 wordsEdition118giovedì 17 settembre 2026 — Edizione № 118

Quando Denys, quindicenne, è arrivato nella sua nuova casa in un piccolo villaggio delle Alpi italiane nel marzo 2022, racconta al Guardian di essersi sentito nostalgico e confuso. Era stato messo su un autobus notturno e trasferito lontano dalla sua famiglia. Oggi, quattro anni dopo, dice che il suo futuro è nell'Unione europea.

Il reportage del Guardian, pubblicato mercoledì, ricostruisce la vicenda di migliaia di bambini ucraini in affidamento statale evacuati quando la Russia ha invaso il Paese. Kyiv li vuole indietro. Molti resistono, e l'Italia è uno dei Paesi dove la distanza tra la legge e la volontà dei minori si è fatta più visibile.

La storia arriva da un angolo preciso dell'arco alpino, ma pone una domanda che riguarda anche l'Appennino: che cosa significa, per una comunità di montagna, accogliere un minore straniero e poi vedersi chiedere di restituirlo. Il Guardian non nomina l'Abruzzo. Il tema, però, tocca il modo in cui i piccoli comuni dell'interno gestiscono da sempre l'accoglienza e la propria demografia.

Secondo il Guardian, i bambini erano stati collocati in strutture e famiglie di diversi Paesi europei. Il ritorno in Ucraina, sostiene Kyiv, serve a ricostruire un legame nazionale che la guerra ha spezzato. Per i ragazzi, invece, la casa è ormai quella che hanno imparato a conoscere durante l'emergenza.

Il Guardian descrive il percorso di Denys come quello di molti coetanei: l'arrivo in un villaggio di poche centinaia di abitanti, l'inserimento a scuola, l'apprendimento di una lingua nuova, la costruzione di amicizie destinate a durare più della guerra. È un percorso che le aree interne italiane conoscono, perché da decenni convivono con la perdita di popolazione giovane.

L'Abruzzo ha un rapporto diretto con questa dinamica. I suoi comuni di montagna, dalle Terre dei Peligni all'Alto Sangro, hanno visto partire intere generazioni verso le città e l'estero. L'arrivo di famiglie e minori stranieri, quando avviene, è spesso l'unico fattore che tiene aperta una scuola o un presidio.

Il caso raccontato dal Guardian non riguarda l'Abruzzo, e non va presentato come tale. Ma la tensione tra il diritto di uno Stato a richiamare i propri minori e il diritto di un minore a restare dove ha ricostruito una vita è la stessa che attraversa ogni piccolo comune di montagna chiamato ad accogliere. Le fonti internazionali non offrono numeri specifici per la regione.

Kyiv ha sostenuto, secondo il Guardian, che il rimpatrio dei minori evacuati è una priorità nazionale e che le strutture di accoglienza all'estero non possono sostituirsi alla tutela dello Stato di origine. Le autorità italiane, dal canto loro, si trovano a dover applicare le norme sull'affidamento senza forzare la volontà di ragazzi ormai maggiorenni o prossimi alla maggiore età.

Il reportage del Guardian si concentra sulle Alpi, ma il quadro europeo è più ampio. I minori ucraini evacuati sono distribuiti in diversi Paesi dell'Unione, e ciascuno ha gestito il ritorno in modo diverso. La questione, secondo il giornale britannico, è destinata a durare finché la guerra non sarà conclusa e la situazione in Ucraina non sarà considerata sicura.

Per le comunità di montagna, la posta in gioco non è solo giuridica. Un ragazzo che arriva a quindici anni, frequenta le scuole superiori e trova un lavoro nel fondovalle è, di fatto, un residente. Quando arriva la richiesta di rimpatrio, la comunità perde una presenza che aveva già contato come propria.

Il Guardian non fornisce cifre sul numero di minori ucraini presenti in Italia né sulla loro distribuzione regionale. Il giornale si limita a parlare di migliaia di bambini evacuati e di un fenomeno che riguarda più Paesi europei. Qualsiasi lettura locale di questi numeri sarebbe una forzatura.

Resta il tema di fondo, che l'Appennino conosce bene: le aree interne italiane vivono di presenze fragili, e ogni partenza pesa più che altrove. Un minore che va via è un banco di scuola in meno, un servizio che chiude prima, una comunità che invecchia un po' di più.

Secondo il Guardian, alcuni dei ragazzi hanno scritto lettere e preso posizione pubblicamente per restare. Altri hanno scelto di tornare. Non esiste, nelle fonti internazionali, una posizione unica dei minori coinvolti: le storie sono individuali, e il giornale le racconta come tali.

La questione, scrive il Guardian, riguarda il rapporto tra protezione umanitaria e sovranità statale. È un nodo che l'Europa ha affrontato in altre forme, dai ricongiungimenti familiari ai rimpatri dei minori non accompagnati. Il caso ucraino lo ripropone in una cornice di guerra.

Per una regione come l'Abruzzo, che ha fatto dell'accoglienza diffusa e dei piccoli comuni una parte della propria identità, la lezione è prudente: accogliere significa anche prepararsi a lasciare andare. Il Guardian non trae conclusioni politiche. Si limita a raccontare ragazzi che, a diciotto anni, dovranno decidere dove vivere.

La vicenda resterà aperta finché la guerra in Ucraina non avrà una conclusione che renda il ritorno una scelta e non un obbligo. Fino ad allora, i piccoli villaggi di montagna, alpini e appenninici, continueranno a essere il luogo in cui queste biografie si intrecciano con le loro.

Share