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FRIULI-VENEZIA GIULIA

I bambini ucraini che non vogliono tornare: la storia che passa dalle Alpi

Il Guardian racconta i minori evacuati nel 2022 e accolti in Italia. Kyiv li richiama, molti resistono: per una regione di confine è una questione di diritto, non di geopolitica

Sergio Madrussan720 wordsEdition118giovedì 17 settembre 2026 — Edizione № 118

Il Guardian ha pubblicato mercoledì un lungo reportage sui bambini ucraini affidati allo Stato che, dopo l'invasione russa del febbraio 2022, furono evacuati e trasferiti in diversi paesi europei. Molti di loro sono stati accolti in Italia, comprese località alpine.

Secondo il giornale britannico, Kyiv chiede il rientro di questi minori, ma una parte di loro resiste. Il reportage si apre con la storia di Denys, quindicenne arrivato nel marzo 2022 in un piccolo villaggio delle Alpi italiane, che racconta di essersi sentito inizialmente nostalgico e confuso.

La vicenda tocca direttamente il tema delle frontiere e delle tutele, non solo quello della solidarietà. Il Friuli-Venezia Giulia, regione di confine con l'Austria e la Slovenia e storicamente terra di passaggio, conosce bene la differenza tra accoglienza temporanea e integrazione che si prolunga.

Il Guardian non fornisce cifre esatte sui minori coinvolti in Italia né indica le località alpine interessate. Il dispaccio si attiene a quanto riferito dalla testata estera.

Il reportage del Guardian, pubblicato mercoledì, ricostruisce una delle conseguenze meno visibili dell'invasione russa dell'Ucraina: l'evacuazione di migliaia di bambini in affidamento statale, trasferiti in paesi europei nei mesi successivi al febbraio 2022.

Il giornale britannico racconta la storia di Denys, quindicenne arrivato nel marzo 2022 in un piccolo villaggio delle Alpi italiane. Il ragazzo descrive il primo periodo come un momento di nostalgia e confusione, dopo un viaggio su un autobus notturno che lo aveva portato lontano da casa.

Secondo il Guardian, il governo ucraino chiede il rientro di questi minori. La richiesta si scontra con la volontà di molti ragazzi, che nel frattempo hanno costruito una vita nei paesi di accoglienza e che, nel reportage, esprimono il desiderio di restare nell'Unione europea.

Il tema è giuridicamente delicato. I bambini in affidamento statale sono, per definizione, sotto la tutela di uno Stato. Quando quello Stato è in guerra e il minore si trova all'estero, la questione del rientro coinvolge il diritto internazionale, le autorità di protezione dei minori dei paesi ospitanti e, in Europa, il quadro comune sulla protezione dell'infanzia.

Il Guardian non entra nel dettaglio delle procedure italiane. Non indica quante strutture abbiano accolto questi minori, né in quali regioni. Il reportage si concentra sulle storie individuali e sulla tensione tra la richiesta di Kyiv e la volontà dei ragazzi.

Per il Friuli-Venezia Giulia, la vicenda ha un risvolto che riguarda la natura stessa della regione. Qui il confine non è un'astrazione: è una linea che nel Novecento è stata spostata, contestata e ridefinita, e che ha lasciato dietro di sé una storia di famiglie divise e di appartenenze multiple.

Una regione che ha conosciuto l'esilio e il trasferimento forzato di popolazioni non può trattare la questione del rientro dei minori come una semplice pratica amministrativa. La domanda che il reportage del Guardian pone è la stessa che questo territorio si è posta più volte: quando un trasferimento diventa una nuova vita, chi ha il diritto di decidere il ritorno?

Va però evitato un errore: il Guardian non nomina il Friuli-Venezia Giulia. Non dice che i minori siano stati accolti qui, non parla di Trieste, di Udine o di altre località regionali. L'angolo regionale, in questo caso, non è un fatto ma una cornice storica, e va presentato come tale.

Il reportage si inserisce in una copertura più ampia, che la stampa internazionale dedica da mesi al tema dei minori ucraini all'estero. La questione del ritorno è diventata, in diversi paesi europei, un tema politico oltre che umanitario.

Le autorità ucraine, secondo quanto riferisce il Guardian, considerano il rientro una priorità. Le ragioni sono comprensibili: la ricostruzione di una comunità nazionale passa anche dal recupero dei suoi giovani. Ma la posizione dei ragazzi, che il giornale britannico documenta, è altrettanto chiara.

In mezzo ci sono i paesi di accoglienza, che devono bilanciare il rispetto delle richieste di uno Stato sovrano con la tutela del superiore interesse del minore, principio cardine del diritto internazionale dell'infanzia.

Per l'Italia, questo significa che le strutture che hanno accolto questi ragazzi si trovano a gestire una situazione che non ha precedenti semplici. Il trasferimento è avvenuto in emergenza, nel 2022. La sua conclusione, quattro anni dopo, non può essere altrettanto emergenziale.

Il Friuli-Venezia Giulia, come altre regioni di confine, ha una lunga esperienza di accoglienza e di integrazione. Questa esperienza non risolve il caso giuridico, ma offre una prospettiva: le persone che arrivano in un territorio tendono a restarci, e le comunità che le accolgono cambiano con loro.

Il reportage del Guardian non offre una soluzione. Documenta una tensione reale tra la richiesta di uno Stato in guerra e la volontà di minori che hanno ricostruito la propria vita altrove.

Nei prossimi mesi si capirà se prevarrà la linea del rientro o se si troveranno formule intermedie, che tengano conto della volontà dei ragazzi. Per ora, la notizia è che questa tensione esiste, ed è raccontata dalla stampa internazionale con i nomi e le voci dei diretti interessati.

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