CAMPANIA
I bambini ucraini a Napoli rimangono intrappolati tra guerra e adozione
Venticinque minori evacuati dall'Ucraina non riescono a tornare. La Campania diventa rifugio permanente in un conflitto senza fine
Rosaria Esposito594 wordsEdition №20venerdì 19 giugno 2026 — Edizione № 20

Venticinque bambini ucraini vivono a Napoli da anni in un limbo legale e umano. Secondo CNN, quando Liubov Rudyka, direttrice di un orfanotrofio nella città di Sumy nel nord-est dell'Ucraina, ha evacuato i minori sotto la sua custodia in Italia nel 2022, pensava fosse una misura temporanea. La guerra, però, ha trasformato quella che doveva essere una pausa in un esilio permanente.
I bambini sono ora affidati a famiglie campane che li hanno cresciuti negli ultimi anni, creando legami affettivi profondi. Le loro famiglie adottive chiedono il riconoscimento legale della custodia, ma la situazione rimane bloccata tra le leggi italiane, le rivendicazioni dell'Ucraina sulla custodia dei minori e l'impossibilità pratica di rimpatrio finché il conflitto continua.
La Campania, come molte regioni italiane, ha aperto le sue comunità a rifugiati e sfollati. Napoli in particolare ha una lunga storia di accoglienza di migranti, ma il caso di questi bambini ucraini evidenzia come l'accoglienza temporanea si trasformi in questioni di diritti, identità e appartenenza quando il ritorno diventa impossibile.
CNN ha intervistato Rudyka, che rimane in contatto con i bambini nonostante la distanza. La direttrice ha espresso preoccupazione per il loro futuro, consapevole che ogni anno di permanenza in Italia li allontana ulteriormente dall'Ucraina e dalla lingua ucraina. Allo stesso tempo, riconosce che il rimpatrio durante una guerra attiva sarebbe pericoloso e irresponsabile.
La questione legale è complessa. L'Italia riconosce diritti ai minori affidati, ma le adozioni internazionali richiedono consenso dal paese di origine. L'Ucraina, pur comprendendo le circostanze, non ha rinunciato formalmente ai diritti di custodia su questi bambini. Le famiglie affidatarie campane si trovano quindi in una posizione precaria, incapaci di offrire ai bambini la sicurezza legale che una adozione comporterebbe.
Per i bambini stessi, la situazione è ancora più complessa. Hanno trascorso anni cruciali della loro infanzia a Napoli, imparando l'italiano, frequentando scuole campane, costruendo amicizie e radici nella comunità. Molti di loro hanno poca memoria dell'Ucraina e dell'orfanotrofio da cui provengono. La loro identità è ormai ibrida, sospesa tra due paesi.
La storia riflette una tensione più ampia nel modo in cui l'Italia e l'Europa gestiscono i rifugiati di guerra. L'accoglienza iniziale, dettata dall'urgenza umanitaria, si scontra con le realtà legali e burocratiche quando il conflitto si protrae. La Campania, che ha visto storicamente flussi migratori significativi, deve ora affrontare la questione di come integrare permanentemente coloro che erano stati accolti come temporanei.
CNN ha anche notato come la direttrice Rudyka rimanga emotivamente legata ai bambini, ricevendo aggiornamenti regolari dalle famiglie affidatarie. Questa connessione transnazionale evidenzia come i legami umani superino i confini politici e burocratici, ma rimangono prigionieri di essi.
Le autorità italiane hanno riconosciuto la situazione, ma senza una soluzione rapida al conflitto ucraino, le prospettive di risoluzione rimangono scarse. Alcuni esperti suggeriscono che una via d'uscita potrebbe essere una regolarizzazione della custodia in Italia, con il consenso ucraina, riconoscendo che il ritorno non è realistico nel medio termine.
Per Napoli, questi bambini rappresentano una sfida particolare. La città ha affrontato storicamente questioni di integrazione, povertà e marginalità. L'arrivo di bambini ucraini ha aggiunto una nuova dimensione al dibattito sull'inclusione e sui diritti dei minori. Le famiglie affidatarie campane hanno dimostrato una capacità di accoglienza, ma il sistema legale rimane inadeguato a formalizzare quella accoglienza.
La storia di questi venticinque bambini è una storia di guerra, sì, ma anche di comunità che hanno scelto di prendersi cura di chi era in fuga. Rimane una storia incompiuta, sospesa in un conflitto che continua a migliaia di chilometri di distanza, ma che determina il destino di chi è arrivato qui cercando salvezza.
