OPINION
Baresi, il silenzio di Milano e la memoria del calcio
La Redazione356 wordsEdition №72giovedì 6 agosto 2026 — Edizione № 72
Migliaia di persone in fila per le strade di Milano, la folla che si raccoglie fuori dalla chiesa: la morte di Franco Baresi, raccontata da BBC e The Local, ha riportato il calcio italiano al centro della scena mondiale. Ma non per i trofei o le polemiche. Per il silenzio. Per la dignità di un uomo che ha incarnato un'idea di difesa, di appartenenza, di fedeltà a una maglia.
Il mondo ha visto in Baresi il difensore, il capitano, il simbolo di un Milan che ha dominato l'Europa. Noi, dalle nostre regioni, vediamo qualcosa di più: un pezzo di storia comune. In un paese che la stampa estera descrive spesso come diviso, frammentato, in cerca di identità, il funerale di un calciatore diventa un evento nazionale. Non perché il calcio sia più importante della politica, ma perché a volte la memoria collettiva passa da altri canali.
C'è una malinconia in queste immagini che il telegrafo internazionale coglie solo in parte. La folla non era lì solo per un campione, ma per un tempo che non torna. Baresi apparteneva a un'epoca in cui il calcio italiano era il centro del mondo, in cui i nostri club vincevano tutto e i nostri giocatori erano leggende. Oggi quel primato è svanito, e il suo addio diventa anche l'addio a un'idea di grandezza.
Eppure, la scena di Milano ci dice anche un'altra cosa: che la memoria, in Italia, è una forza silenziosa ma tenace. Mentre il mondo parla di declino demografico, di giovani che partono, di un paese che invecchia, le strade si riempiono per ricordare. Non è nostalgia sterile, è la conferma che le radici contano ancora. Che ciò che siamo stati continua a dirci chi siamo.
Il Guardian, il New York Times, la BBC raccontano l'Italia attraverso le sue crisi: il caldo, i migranti, il debito. Ma oggi le loro pagine raccontano anche un'altra Italia, quella che sa piangere insieme. Forse è questa la lezione di Baresi: che la vera forza di un paese non si misura solo nei numeri, ma nella capacità di riconoscersi in una storia comune. Anche quando quella storia è solo una maglia rossonera.
