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VENETO

La Biennale di Lione mette arte ed economia allo stesso tavolo

Le Monde racconta la 18esima edizione con 120 artisti da 42 paesi: un modello che il Veneto conosce bene

Tommaso Veronese596 wordsEdition121domenica 20 settembre 2026 — Edizione № 121

La 18esima edizione della Biennale di Lione, intitolata «Passer d'un rêve à l'autre», riunisce 120 artisti da 42 paesi ed è in corso fino al 13 dicembre: Le Monde le dedica un'analisi in cui il dialogo tra arte ed economia diventa il tema centrale. Il giornale francese descrive una grande fiera d'arte contemporanea che non nasconde la propria dimensione finanziaria, ma la mette in scena come parte del discorso curatoriale.

È un modello che il Veneto conosce da vicino. La Biennale di Venezia è da decenni il banco di prova di questo equilibrio: una manifestazione che è insieme vetrina culturale e macchina economica, capace di attirare visitatori, sponsor e investimenti mentre rivendica un'autonomia artistica.

Secondo Le Monde, la rassegna lionese si interroga esplicitamente sul rapporto tra creazione e denaro, un tema che negli ultimi anni ha attraversato molte istituzioni europee. Il giornale non entra nel dettaglio delle singole opere, ma descrive l'impianto complessivo come un tentativo di far convivere le due dimensioni senza subordinarne una all'altra.

Per il sistema espositivo veneto la questione non è astratta. Le grandi mostre veneziane si reggono su un intreccio di fondazioni private, sponsor internazionali e fondi pubblici, e ogni edizione riapre il dibattito su quanto il calendario degli eventi sia dettato dalla cultura e quanto dal turismo che quella cultura porta con sé.

Le Monde colloca la Biennale di Lione nel solco di altre rassegne europee che hanno scelto di rendere visibile il proprio sostegno economico invece di nasconderlo. È una scelta curatoriale, ma anche una scelta di trasparenza, in un momento in cui le istituzioni culturali sono chiamate a giustificare i propri bilanci.

Il giornale francese non formula giudizi sul modello italiano né cita il caso veneziano. La sua analisi resta concentrata su Lione e sul tema dell'edizione, che invita a passare da un sogno all'altro senza indicare quale dei due debba prevalere.

Il numero degli artisti e dei paesi partecipanti — 120 da 42 nazioni — colloca la rassegna lionese tra le manifestazioni di rilievo continentale, pur senza la scala della Biennale veneziana. Le Monde non offre confronti diretti tra le due, e le cifre vanno lette come dati dell'edizione, non come misura di un primato.

C'è poi il tema della durata: una manifestazione che resta aperta fino a dicembre lavora su tempi lunghi, diversi da quelli di una fiera breve. È un modello che permette al pubblico locale di tornare più volte, e che riduce la dipendenza dai soli visitatori stranieri.

Per la manifattura culturale del Nordest, abituata a esportare design, moda e artigianato di alta gamma, il modo in cui una biennale racconta il proprio rapporto con l'economia non è un dettaglio. È parte di come una regione si presenta al mondo quando vende prodotti che portano con sé un'idea di gusto.

Le Monde non menziona ricadute economiche specifiche per la città di Lione, né indica cifre di visitatori attesi. La sua è una lettura culturale, che si ferma al rapporto tra arte e denaro come tema dichiarato della rassegna.

Resta il fatto che l'edizione francese conferma una tendenza: le biennali europee non fingono più di essere estranee al mercato, ma provano a governarlo. È la stessa scommessa che Venezia rinnova a ogni apertura, tra padiglioni nazionali e sponsor che firmano le sale.

Chi guarda dalla laguna sa che la posta non è solo estetica. Un sistema espositivo che funziona porta con sé un indotto diffuso, e un sistema che si piega troppo al mercato rischia di perdere la credibilità che lo rende attrattivo. La Biennale di Lione, secondo Le Monde, prova a stare in mezzo.

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