CULTURA
Il ministro degli Esteri italiano definisce miope l'ammissione russa alla Biennale
Il governo italiano critica la scelta della Biennale di Venezia di riammettere la Russia, mentre il mondo dell'arte internazionale osserva
Eleonora Vanzetti1,024 wordsEdition №61giovedì 30 luglio 2026 — Edizione № 61
Il ministro degli Esteri italiano ha definito «miope» l'ammissione della Russia alla Biennale di Venezia, secondo quanto riportato dal sito ucraino UA.NEWS. La dichiarazione arriva dopo che la più antica e prestigiosa mostra d'arte contemporanea al mondo ha deciso di riammettere la delegazione russa, esclusa dal 2022 in seguito all'invasione dell'Ucraina.
La presa di posizione del governo italiano segna un raro intervento diretto del potere esecutivo sulle scelte curatoriali di un'istituzione culturale indipendente. La Biennale, fondata nel 1895, gode di autonomia statutaria, ma il suo bilancio dipende in parte da finanziamenti pubblici. Lo scorso mese l'Unione Europea aveva ritirato alcuni fondi destinati all'ente in segno di protesta contro la riammissione della Russia.
Il ministro – di cui UA.NEWS non riporta il nome – ha definito la decisione «una miopia politica che offende la memoria delle vittime e tradisce i valori europei». La Biennale, dal canto suo, ha motivato la scelta con la volontà di mantenere aperto un canale diplomatico culturale, sottolineando che la partecipazione russa sarà limitata ad artisti indipendenti e non a rappresentanti ufficiali del Cremlino.
Il caso della Russia alla Biennale di Venezia è diventato un simbolo delle tensioni tra libertà artistica e pressioni geopolitiche. Secondo UA.NEWS, il ministro degli Esteri italiano ha espresso la sua critica in un incontro a porte chiuse con diplomatici europei, ma la notizia è filtrata attraverso canali ucraini. Non è chiaro se il governo italiano intenda tradurre il dissenso in azioni concrete, come la riduzione dei contributi statali all'ente.
La Biennale di Venezia è uno degli appuntamenti più seguiti del calendario artistico internazionale: ogni edizione attira oltre 500.000 visitatori e centinaia di artisti, curatori e collezionisti da tutto il mondo. La decisione di riammettere la Russia era stata annunciata a giugno dalla presidente della Biennale, suscitando reazioni contrastanti: da un lato, chi sostiene che isolare la cultura russa serva solo a rafforzare il regime; dall'altro, chi ritiene che sia eticamente inaccettabile ospitare artisti di un paese in guerra.
La posizione del ministro si allinea a quella di diversi governi europei. Lo scorso mese, il Parlamento Europeo aveva approvato una risoluzione che invitava a non normalizzare i rapporti culturali con la Russia finché durerà il conflitto in Ucraina. L'Italia, tuttavia, è il paese ospitante della Biennale, e il suo governo ha un rapporto complesso con l'ente: da un lato lo finanzia, dall'altro ne rispetta l'autonomia.
Dal punto di vista culturale, la vicenda solleva questioni che riguardano il ruolo delle grandi esposizioni internazionali. La Biennale si presenta come una piattaforma di dialogo universale, ma la realtà geopolitica la costringe a scegliere da che parte stare. L'ammissione della Russia potrebbe indebolire la credibilità dell'istituzione agli occhi di artisti e attivisti ucraini e di quei paesi che sostengono le sanzioni culturali.
Per Venezia, la città che ospita la Biennale, la controversia ha anche un impatto economico e d'immagine. La mostra d'arte è un motore turistico e culturale fondamentale, ma il ritorno della Russia rischia di polarizzare il pubblico e di attirare proteste. Negli ultimi mesi, gruppi di attivisti pro-Ucraina avevano organizzato manifestazioni davanti al Padiglione Russia, chiedendo che lo spazio fosse invece dedicato agli artisti dissidenti.
Il ministro degli Esteri italiano, secondo UA.NEWS, ha anche sottolineato che la decisione della Biennale potrebbe avere ripercussioni sulle relazioni bilaterali con l'Ucraina. Kyiv ha già espresso delusione per la scelta, e il suo ministro della Cultura ha parlato di «un passo indietro per la comunità artistica internazionale». La Biennale non ha ancora risposto ufficialmente alle critiche del governo italiano.
La vicenda è seguita con attenzione dalla stampa estera. Diversi corrispondenti da Roma hanno raccontato il caso come un esempio delle contraddizioni della politica culturale italiana, da sempre divisa tra l'orgoglio per l'autonomia artistica e la necessità di mantenere coerenza diplomatica. Il Guardian, in un editoriale di giugno, aveva definito la riammissione russa «una macchia sulla reputazione della Biennale».
Per il mondo dell'arte, la questione è destinata a rimanere aperta fino all'inaugurazione della prossima edizione, prevista per maggio 2027. Nel frattempo, il governo italiano ha annunciato che vigilerà sulle modalità della partecipazione russa, assicurandosi che non vi sia alcuna rappresentanza ufficiale del Cremlino. Se la Biennale non rispetterà questi criteri, il ministro ha minacciato «conseguenze finanziarie».
La Biennale di Venezia non è nuova a polemiche politiche. Negli anni Sessanta, le contestazioni studentesche portarono alla chiusura anticipata di un'edizione. Più di recente, la scelta di invitare paesi con regimi autoritari ha sollevato dibattiti simili. Ma il caso russo ha una portata diversa, perché arriva in un momento in cui la guerra in Ucraina ha ridefinito i confini tra cultura e propaganda.
Secondo fonti internazionali, la decisione della Biennale era stata presa dopo lunghe consultazioni con artisti russi indipendenti, molti dei quali hanno lasciato il paese dopo l'invasione. L'ente sostiene che escludere tutti gli artisti russi sarebbe stato ingiusto verso chi si oppone al regime. Ma per il governo italiano, questa distinzione è troppo sottile: «Non si può separare l'artista dal contesto in cui opera», ha dichiarato il ministro.
La vicenda mostra quanto sia fragile il confine tra arte e diplomazia. La Biennale, nata come vetrina della creatività internazionale, si trova oggi a fare i conti con la storia. E l'Italia, che ha sempre fatto dell'ospitalità culturale un vanto, scopre che ogni scelta curatoriale ha un peso politico. Il dibattito è destinato a proseguire, anche nelle redazioni dei giornali stranieri che seguono l'Italia.
