CULTURA
Un'opera troppo controversa per Venezia risuona a Londra
Il Guardian recensisce Elegy di Gabrielle Goliath, il lamento che la Biennale non volle: un atto di lutto che interroga il sistema delle esposizioni
Eleonora Vanzetti940 wordsEdition №144martedì 13 ottobre 2026 — Edizione № 144
Un'unica, infinita nota di lamento risuona dal seminterrato di Ibraaz, a Londra. È il suono di Elegy, l'opera video e audio di Gabrielle Goliath che il Guardian descrive come un 'furioso, monocorde invito all'azione', capace di commemorare omicidi e genocidi attraverso un atto di lutto rabbioso.
Nella recensione pubblicata lunedì, il critico del Guardian ricorda che l'opera era stata giudicata 'troppo controversa per la Biennale di Venezia'. È questa esclusione a dare al pezzo il suo vero bersaglio: non solo l'arte di Goliath, ma il modo in cui le grandi esposizioni internazionali scelgono cosa mostrare e cosa lasciare fuori.
La Biennale di Venezia è da decenni il luogo in cui il mondo misura il proprio gusto. Che un'opera come Elegy venga respinta — e poi celebrata altrove — riapre una domanda che la stampa estera pone ogni volta che si avvicina ai Giardini e all'Arsenale: chi decide i confini del dicibile dentro un'istituzione che si vuole universale.
Per la redazione Cultura, la vicenda non riguarda soltanto Venezia. Riguarda il modo in cui l'Italia, attraverso la sua più potente piattaforma artistica, viene letta all'estero: come il luogo dove le opere arrivano dopo essere state accettate, o respinte, altrove.
Il titolo del Guardian è esplicito: 'un lamento devastante è un furioso, monocorde invito all'azione'. La recensione, firmata dalla critica d'arte del quotidiano britannico, colloca Elegy in una tradizione di opere che usano il suono non come commento ma come corpo — una nota tenuta, infinita, che occupa lo spazio fisico di chi ascolta.
Ibraaz, lo spazio londinese che ospita l'opera, è descritto dal Guardian come un seminterrato relativamente recente nel panorama delle gallerie della capitale britannica. È lì che il lamento 'si riversa nelle strade', secondo la recensione: un'immagine che suggerisce quanto l'opera di Goliath sia pensata per uscire dai confini della sala espositiva.
La frase decisiva del pezzo è però un'altra: l'opera era 'troppo controversa per la Biennale di Venezia'. Il Guardian non entra nel merito della decisione, ma la usa come premessa per misurare la distanza tra ciò che la più importante rassegna d'arte del mondo mette in scena e ciò che lascia fuori. È un modo, frequente nella stampa estera, di usare Venezia come termine di paragone: non solo ciò che la Biennale è, ma ciò che la Biennale rifiuta.
Questa lettura è ricorrente nella copertura internazionale della Biennale. Da anni i corrispondenti culturali delle grandi testate usano i Giardini e l'Arsenale come cartina di tornasole delle politiche culturali globali: quali padiglioni vengono premiati, quali temi entrano nel titolo curatoriale, quali artisti restano fuori. La vicenda di Elegy aggiunge un caso a questa serie.
Per il sistema italiano delle arti visive, la questione ha un peso concreto. La Biennale non è soltanto una mostra: è un'infrastruttura che orienta mercato, critica e programmazione dei musei per due anni. Quando un'opera viene respinta e poi celebrata a Londra, il segnale che arriva all'estero non riguarda solo l'opera, ma il criterio con cui Venezia seleziona.
Il Guardian, nel recensire Elegy a Londra, non formula accuse dirette alla Biennale. Il suo giudizio resta estetico: parla di un'opera che commemora 'omicidi e genocidi' con un atto di lutto 'rabbioso'. Ma la cornice — 'troppo controversa per Venezia' — è già un giudizio sul sistema, non solo sull'artista.
Vale la pena ricordare come funziona la macchina veneziana, per capire perché la stampa estera la usi come metro. La Biennale Arte si articola in una mostra centrale, curata da un direttore artistico nominato di volta in volta, e in decine di padiglioni nazionali gestiti dai rispettivi paesi. Le scelte del curatore centrale e dei commissari nazionali non coincidono, e le polemiche nascono spesso proprio da questa distanza.
La copertura internazionale tende a concentrarsi su due momenti: l'apertura, con le sue anticipazioni e i suoi premi, e la chiusura, con i bilanci. Le opere escluse raramente fanno notizia di per sé. Che il Guardian costruisca una recensione londinese attorno a un rifiuto veneziano è, in questo senso, un'anomalia significativa.
Per la redazione Cultura, l'episodio suggerisce una domanda che riguarda l'Italia più della Gran Bretagna. Se le opere più scomode vengono mostrate altrove e solo dopo discusse qui, il paese rischia di essere raccontato all'estero come il luogo dove l'arte arriva già filtrata. È una percezione che la stampa internazionale alimenta ogni volta che cita Venezia come soglia, non come palcoscenico.
Non sappiamo, dalle fonti disponibili, quali siano state le ragioni esatte dell'esclusione di Elegy dalla Biennale. Il Guardian non le specifica e non nomina i responsabili della selezione. La recensione si limita a registrare il fatto che l'opera è stata giudicata 'troppo controversa', senza indicare chi abbia formulato quel giudizio né in quale edizione.
Questa cautela è importante. La vicenda va letta come la stampa estera la presenta: un'opera che non ha trovato posto a Venezia e che ora, a Londra, viene accolta come un lavoro di primo piano. Il resto — le motivazioni, i nomi, le circostanze — non è nelle fonti e non va inventato.
Resta il dato culturale più ampio. La Biennale di Venezia è, per la stampa mondiale, il principale indicatore di ciò che l'Italia significa nel campo delle arti visive. Ogni volta che un'opera viene associata a un suo rifiuto, quella centralità si conferma per via negativa: Venezia resta il punto di riferimento anche quando la si cita per ciò che non ha mostrato.
Per chi segue la cultura italiana dall'estero, la lezione di Elegy è duplice. Da un lato conferma che il dibattito sulle scelte espositive è ormai globale e non si ferma ai confini nazionali. Dall'altro ricorda che il prestigio di una istituzione si misura anche da ciò che essa decide di escludere, e da come il mondo reagisce a quella decisione.
Il Guardian chiuderà la sua recensione senza appelli alla Biennale. Ma il titolo del pezzo — un lamento che diventa invito all'azione — vale anche come descrizione del rapporto tra l'arte contemporanea e le istituzioni che la ospitano. A Venezia, come a Londra, la domanda resta la stessa: chi ha il diritto di essere ascoltato, e per quanto a lungo.
