CULTURA
Artisti ricorrono contro il voto pubblico alla Biennale di Venezia
La democrazia turistica minaccia il rigore critico. Nel Molise, dove la cultura è marginalità, la vicenda rivela come il turismo di massa stia trasformando i luoghi della memoria italiana
Antonio Petrella1,158 wordsEdition №5venerdì 5 giugno 2026 — Edizione № 5
Artisti esposti alla 62ª Biennale di Venezia hanno minacciato azioni legali contro l'introduzione di un voto pubblico per decidere i premi migliori, incluso quello per il miglior artista e il miglior padiglione. Secondo il New York Times, gli artisti chiedono che i loro nomi siano rimossi dalla votazione, che tradizionalmente era affidata a una giuria di esperti. La Biennale ha deciso di aprire il processo decisionale al pubblico, una mossa che la stampa internazionale ha interpretato come una risposta alla pressione turistica e alla ricerca di visibilità sui social media.
La decisione della Biennale riflette una tensione più ampia: come mantenere il rigore critico quando il pubblico globale, raggiunto attraverso internet, diventa il giudice finale. Il New York Times ha notato che gli artisti temono una «democratizzazione» che favorirebbe il sensazionalismo rispetto alla qualità. Questo dibattito tocca il cuore di come l'Italia gestisce il suo patrimonio culturale in un'epoca di turismo di massa.
Nel Molise, dove le istituzioni culturali sono scarse e marginalizzate, la vicenda della Biennale rivela una realtà più profonda: mentre i grandi centri come Venezia affrontano il problema di troppo turismo e troppa visibilità, il Sud interno soffre di invisibilità. La regione non ha una biennale, non ha musei di rilevanza internazionale, non ha la capacità di attrarre artisti o pubblico globale. La scelta di Venezia di aprire i premi al voto pubblico è un sintomo della trasformazione dei luoghi culturali italiani in spettacoli per turisti.
La Biennale di Venezia è stata fondata nel 1895 come istituzione dedicata alla ricerca artistica contemporanea. Per più di un secolo, il rigore critico è stato garantito da una giuria di esperti — curatori, storici dell'arte, critici — che valutavano le opere secondo criteri professionali. Il voto pubblico rappresenta una rottura con questa tradizione. Secondo il New York Times, la decisione è stata presa per aumentare il coinvolgimento del pubblico e la visibilità sui social media.
Il ricorso degli artisti sollevato dal New York Times evidenzia una preoccupazione legittima: il voto pubblico online tende a favorire opere che generano engagement immediato, non necessariamente quelle di maggior valore artistico. Questo è un problema noto in altri settori culturali europei, dove l'apertura ai voti online ha spesso portato a risultati che sorprendevano gli esperti.
Venezia stessa è un caso studio di come il turismo di massa trasforma una città. Secondo rapporti di organizzazioni internazionali citate dalla stampa estera, Venezia accoglie circa 30 milioni di visitatori all'anno, una cifra che supera di gran lunga la popolazione locale (circa 260.000 abitanti). La Biennale, che attrae collezionisti, curatori e appassionati d'arte da tutto il mondo, è diventata parte di questo ecosistema turistico.
Nel Molise, il contrasto è stridente. La regione ha una popolazione di circa 289.000 abitanti, ma accoglie una frazione minuscola dei turisti che visitano Venezia. Non ci sono grandi musei, non ci sono biennali, non ci sono istituzioni culturali di rilevanza internazionale. Questo non significa che il Molise non abbia cultura — ha una ricca tradizione di transumanza, di minoranze albanesi e croate, di patrimonio agricolo — ma questa cultura rimane invisibile ai circuiti globali.
La decisione della Biennale di aprire i premi al voto pubblico riflette anche una logica commerciale. Il turismo culturale è una delle principali fonti di reddito per Venezia e per molte città italiane. Aumentare l'engagement pubblico significa aumentare il numero di visitatori, di biglietti venduti, di spese turistiche. Nel Molise, questa logica non si applica perché non ci sono attrazioni culturali di rilievo internazionale da monetizzare.
Secondo il New York Times, gli artisti che ricorrono contro il voto pubblico rappresentano una posizione minoritaria ma significativa: quella di coloro che credono che la qualità artistica non debba essere sottoposta al giudizio del pubblico globale. Questo è un argomento classico nella storia della critica d'arte, ma acquisisce una nuova urgenza nell'era dei social media, dove il numero di like e condivisioni può determinare il successo di un'opera.
Nel Molise, la questione della cultura e della visibilità è ancora più acuta perché legata allo spopolamento. Mentre i giovani molisani emigrano verso il Nord o l'estero, le istituzioni culturali locali perdono risorse e pubblico. Non c'è una biennale che attiri turisti, non c'è un museo di fama internazionale che generi reddito. La cultura rimane una pratica locale, praticata da pochi per pochi, invisibile ai circuiti globali.
La stampa internazionale ha notato che il problema della Biennale riflette una tensione più ampia nell'Italia contemporanea: come gestire il patrimonio culturale quando è sottoposto a pressioni turistiche e commerciali. Nel caso di Venezia, la soluzione è stata aprire i processi decisionali al pubblico, una mossa che alcuni vedono come democratica e altri come una capitolazione ai meccanismi del mercato.
Nel Molise, il problema è l'opposto: non c'è abbastanza turismo, non c'è abbastanza visibilità, non c'è abbastanza reddito da cultura. La regione ha cercato di sviluppare il turismo rurale e il turismo culturale, ma con scarso successo. Gli investimenti in cultura rimangono limitati, le istituzioni locali faticano a attrarre pubblico, i giovani talenti emigrano.
Il ricorso degli artisti della Biennale, riportato dal New York Times, solleva una questione più generale: chi ha il diritto di giudicare l'arte? Secondo la tradizione europea, la risposta è stata sempre: gli esperti. Ma in un'epoca di democratizzazione dei media e di turismo di massa, questa risposta è sempre meno convincente. Nel Molise, dove non c'è nemmeno una biennale, questa domanda rimane astratta.
Tuttavia, il dibattito sulla Biennale ha implicazioni per il Molise e il Sud interno italiano. Se la cultura è sempre più sottoposta al giudizio del pubblico globale e al meccanismo del turismo di massa, allora le regioni che non hanno attrazioni turistiche di rilievo internazionale rimangono sistematicamente escluse dai circuiti culturali globali. Nel Molise, questo significa che la ricca tradizione culturale locale — la transumanza, le minoranze etniche, il patrimonio agricolo — rimane invisibile perché non attrae turisti.
La stampa internazionale ha anche notato che la decisione della Biennale riflette una ricerca di inclusione e di democratizzazione. Aprire i premi al voto pubblico significa dare voce a chi non è un esperto, ma che ama l'arte. Nel Molise, questa logica potrebbe essere applicata al patrimonio culturale locale: invece di aspettare che istituzioni internazionali riconoscano il valore della cultura molisana, potrebbe essere la comunità locale stessa a valorizzare e promuovere il suo patrimonio.
Tuttavia, senza risorse, senza istituzioni, senza visibilità internazionale, questa valorizzazione rimane difficile. Nel Molise, come nel resto del Sud interno italiano, la cultura è sempre più una pratica di resistenza, non di celebrazione. Gli artisti e gli intellettuali locali lottano per mantenere viva una tradizione che il resto del mondo ignora.
La vicenda della Biennale di Venezia, quindi, non è solo una questione di come giudicare l'arte contemporanea. È una questione di come l'Italia gestisce il suo patrimonio culturale in un'epoca di turismo di massa, di come le grandi città attraggono risorse e visibilità mentre il Sud interno rimane invisibile, e di come i meccanismi globali della cultura e del turismo perpetuano le disuguaglianze regionali.
