OPINION
Bologna e il conto della custodia
La Redazione251 wordsEdition №54giovedì 23 luglio 2026 — Edizione № 54
La stampa internazionale ha seguito con attenzione gli scontri di Bologna. Il Washington Post ha tracciato paralleli con la morte di George Floyd; France 24 ha documentato le proteste; Al Jazeera ha inquadrato l'accaduto come un momento di reckoning per l'Italia sulla responsabilità della polizia. Quello che il mondo vede è un paese dove una persona muore durante un fermo, ripetutamente chiede aiuto, e le strade si riempiono di rabbia. Non è una storia nuova per altre democrazie europee, ma per l'Italia rappresenta un momento di visibilità internazionale su una questione che raramente raggiunge i titoli esteri.
Ciò che colpisce gli osservatori stranieri è la contraddizione che Le Monde ha sottolineato: mentre Bologna brucia di indignazione per la morte di Fakir, parte del governo italiano si schiera dietro un gioielliere che ha ucciso due ladri. Il Marocco ha chiesto formalmente a Roma di fare piena luce sull'accaduto. Non è solo una questione interna. È una questione di credibilità internazionale, di come uno Stato membro dell'Unione europea gestisce la violenza nelle sue stazioni di polizia e la morte di cittadini stranieri.
La morte di Fakir non è un incidente isolato, ma il sintomo di una frattura più profonda: quella tra come l'Italia si vede — una democrazia stabile, membro del G7 — e come il mondo la vede quando accadono cose come questa. Le riforme legali sulla responsabilità della polizia non sono un tema marginale. Sono il terreno su cui si misura la qualità della democrazia italiana agli occhi dell'Europa e oltre.
