The newspaper of Italy, seen from abroad
La Veduta — giornale di idee, cultura e affari
Inaugural Edition № 1
World wire
…
← Back to the edition

ESTERI

Bruxelles vuole indagare i social dietro le proteste: la richiesta dei legislatori Ue

Dopo le marce in Francia, Italia e Spagna, il Parlamento europeo chiede un'inchiesta sul ruolo delle piattaforme, con il blocco dell'accesso come 'ultima risorsa'

Adriana Sole1,120 wordsEdition №162lunedì 26 ottobre 2026 — Edizione № 162

I legislatori europei hanno chiesto a Bruxelles di indagare urgentemente sul ruolo dei social media durante le proteste negli Stati membri, tra cui la Francia, secondo quanto riporta The Local Italy. Nella richiesta si legge che la Commissione dovrebbe essere pronta a bloccare l'accesso alle piattaforme «come ultima risorsa».

La sollecitazione arriva nel fine settimana in cui centinaia di migliaia di persone sono scese in strada in Francia e le proteste si sono estese in tutta Europa, con marce anche in Italia, Spagna e Albania, come riferisce il Guardian nel suo live. La polizia francese ha effettuato circa 1.000 arresti, mentre in Italia gli agenti hanno perquisito abitazioni a Milano.

Per la redazione Estero la domanda è istituzionale: chi regola lo spazio digitale in cui le proteste si organizzano. L'Unione europea ha già un quadro normativo sulle piattaforme, ma la richiesta dei legislatori sposta il dibattito sul terreno dell'emergenza politica, dove la tentazione di sospendere l'accesso rischia di diventare una misura ordinaria.

La notizia va letta insieme al resto della copertura internazionale di questi giorni. France 24 ha dedicato un dibattito alla «ondata di rabbia» giovanile in Europa, mentre il Guardian, in un editoriale, ha scritto che il contratto sociale è rotto e che i giovani vogliono soluzioni. Il ruolo dei social è il filo che collega queste letture.

La richiesta dei legislatori europei, riferita da The Local Italy, non nomina una piattaforma specifica né indica un calendario. Chiede però che la Commissione valuti con urgenza il ruolo dei social media durante le proteste e che si tenga pronta a limitare l'accesso «come ultima risorsa». È una formula che pesa: in passato l'Unione ha usato il blocco come strumento eccezionale, non come risposta ordinaria al dissenso.

Il contesto in cui arriva è quello descritto dal Guardian nel live di sabato: la Francia ha visto centinaia di migliaia di persone in marcia e circa 1.000 arresti, mentre le proteste si sono estese a Spagna, Albania e Italia. Nello stesso fine settimana, secondo The Local Italy, le forze di sicurezza sono state schierate in massa in Italia per le manifestazioni in otto città, tra cui Roma e Milano.

Euronews ha raccontato che a Milano i soldati pattugliavano le strade e i negozi barricavano le vetrine in vista delle proteste, a una settimana dai saccheggi e dagli scontri. È il tipo di scena che, diffusa sui social, alimenta sia la mobilitazione sia il timore. La domanda dei legislatori europei nasce esattamente da questa ambivalenza.

La Francia non è l'unico caso citato. France 24 ha ricordato che proteste guidate dai giovani sono scoppiate in Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Albania, Serbia e Grecia, con la scintilla francese nelle condizioni delle scuole superiori e delle università e, sullo sfondo, salari che non tengono il passo dell'inflazione. Un fenomeno transnazionale, ma con rivendicazioni nazionali distinte.

Su questo punto il Guardian ha ospitato un intervento di Alberto Alemanno, che ha messo in guardia dal dipingere le proteste come una «rivolta giovanile violenta e coordinata»: è il quadro che, secondo l'autore, i nemici dell'Europa vogliono diffondere. La richiesta di indagare sui social rischia di scivolare nella stessa narrazione se non resta ancorata a una valutazione tecnica e trasparente.

La dimensione italiana è raccontata anche dal New York Times, che ha seguito i giovani manifestanti tornati in strada stanchi dell'establishment e del costo della vita. Euronews ha riferito di scontri tra giovani manifestanti e polizia a Roma sabato, mentre il Guardian ha descritto Milano come il luogo in cui il dibattito sulla «generazione perduta» si fa più acceso. Sono elementi che rendono la questione dei social tutt'altro che astratta.

Per l'Italia, membro del G7 e dell'Unione europea, la posta in gioco è duplice. Da un lato c'è la libertà di espressione e di riunione, garantita dai trattati; dall'altro la sicurezza delle città e la tenuta dell'ordine pubblico, che il governo italiano ha affrontato con un dispositivo rafforzato. Un intervento europeo sulle piattaforme toccherebbe entrambi i piani.

La richiesta dei legislatori arriva mentre Bruxelles è già sotto pressione per la gestione delle piattaforme e per il rispetto delle regole sulla moderazione dei contenuti. The Local Italy non specifica se la Commissione abbia risposto. La prudenza suggerisce di trattare la notizia come un'iniziativa politica, non come una decisione già assunta.

C'è poi il versante internazionale della narrazione. Il Guardian ha riferito che i media vicini a Trump hanno seguito le proteste europee con enfasi, quasi sperando che i disordini spingano gli elettori verso i repubblicani. In questo quadro, la richiesta europea di indagare sui social può essere letta anche come un tentativo di riprendere il controllo della narrazione, non solo della tecnologia.

Il dibattito si intreccia con il calendario elettorale. Il Guardian, in un editoriale, ha parlato di un «superciclo elettorale» nel prossimo anno che potrebbe ridefinire il futuro del continente, aggiungendo che anche ciò che accade nelle strade lo sta plasmando. Le piattaforme sono il luogo in cui queste due dimensioni, voto e piazza, si incontrano.

La domanda che resta aperta è procedurale. Un'inchiesta europea sul ruolo dei social richiederebbe mandato, risorse e criteri chiari; il blocco dell'accesso, anche solo come ultima risorsa, richiederebbe garanzie giurisdizionali. Nessuno di questi passaggi è descritto nella notizia riferita da The Local Italy, che si limita alla richiesta dei legislatori.

Per la redazione Estero la storia ha un valore di precedente. Se l'Unione europea trattasse le piattaforme come infrastruttura critica anche durante le proteste, l'Italia si troverebbe a applicare un regime comune in un momento in cui le piazze sono ancora calde. È una prospettiva che riguarda la politica interna di ogni Stato membro, non solo la regolazione digitale.

Nelle prossime settimane, secondo The Local Italy, è in agenda un grande sciopero generale nazionale. Sarà il banco di prova per capire se la richiesta di indagare sui social diventerà una proposta formale o resterà una sollecitazione politica. La copertura internazionale, intanto, continua a guardare alle capitali europee come a un laboratorio.

La posizione italiana, in questa fase, non è desumibile dal telegrafo. Il governo ha risposto alle proteste con il dispositivo di sicurezza e con l'avvertimento ai camionisti su possibili sanzioni penali, come riferito da France 24. Sulla questione delle piattaforme, invece, la stampa estera non riporta una presa di posizione ufficiale.

È qui che l'Italia vista dal mondo mostra un limite di informazione. Le fonti internazionali raccontano le piazze, i dispositivi, gli arresti e le richieste europee; non raccontano, per ora, come Roma intenda muoversi sul dossier digitale. La redazione Estero continuerà a seguire il filo, attribuendo ogni passaggio alla testata che lo riporta.

Share