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BASILICATA

Ambientalisti portano le regioni in tribunale sui calendari venatori

Apertura anticipata della stagione di caccia contestata da gruppi animalisti

Pietro Lasorsa670 wordsEdition102mercoledì 2 settembre 2026 — Edizione № 102

Con l'avvicinarsi della stagione venatoria italiana, diverse regioni si stanno preparando per un'apertura anticipata, ma un gruppo di organizzazioni per i diritti degli animali sta opponendo una forte resistenza, secondo quanto riportato da The Local Italy.

I gruppi ambientalisti hanno portato le regioni in tribunale, contestando i calendari venatori che consentono l'inizio anticipato della caccia. La disputa riguarda la tempistica e le specie cacciabili, con gli ambientalisti che sostengono che le aperture anticipate violino le normative sulla protezione della fauna selvatica.

La vicenda si inserisce in un quadro di tensioni ricorrenti tra le esigenze venatorie e la tutela della biodiversità, un tema che coinvolge direttamente anche le regioni del Sud Italia, dove la caccia rappresenta una tradizione radicata ma dove la pressione ambientale è in crescita.

La stagione venatoria italiana è da tempo un campo di battaglia tra chi difende la caccia come tradizione e attività economica e chi la considera una minaccia per la fauna selvatica e gli ecosistemi. Quest'anno, la contesa si è spostata nelle aule dei tribunali, con gruppi animalisti che hanno impugnato i calendari venatori di diverse regioni, secondo The Local Italy.

La testata, che segue da vicino le vicende italiane per un pubblico internazionale, ha riferito che le organizzazioni per i diritti degli animali contestano in particolare l'anticipazione dell'apertura della stagione di caccia, prevista in alcune regioni già a settembre. Gli ambientalisti sostengono che questo anticipo metta a rischio specie in periodo di riproduzione e migrazione.

La disputa legale riflette una tensione più ampia che attraversa l'Italia, dove la caccia coinvolge circa mezzo milione di persone e genera un indotto economico significativo, ma dove cresce anche la sensibilità verso la protezione della fauna e degli habitat naturali.

Nel Meridione, e in particolare in regioni come la Basilicata, la caccia al cinghiale è al centro di un dibattito acceso. Da un lato, gli agricoltori denunciano danni crescenti alle colture a causa della sovrappopolazione di ungulati; dall'altro, le associazioni ambientaliste chiedono misure di controllo più selettive e meno invasive.

La questione dei calendari venatori si intreccia con la gestione della fauna selvatica in un Paese dove la pressione antropica e i cambiamenti climatici stanno modificando gli equilibri naturali. Le regioni, che hanno competenza legislativa in materia, si trovano a dover bilanciare interessi contrapposti.

The Local Italy ha sottolineato che i ricorsi presentati dagli ambientalisti chiedono la sospensione dei calendari contestati, in attesa di una valutazione scientifica dell'impatto sulle popolazioni di uccelli selvatici e mammiferi. Le associazioni invocano il rispetto delle direttive europee sulla conservazione degli uccelli selvatici.

Questa non è la prima volta che i calendari venatori finiscono sotto la lente dei tribunali. Negli anni passati, diverse sentenze hanno annullato aperture anticipate in varie regioni, creando un contenzioso che si rinnova ogni stagione, con esiti alterni.

La caccia in Italia ha radici antiche e profonde, legate a tradizioni rurali e a un rapporto con la natura che varia molto tra Nord e Sud. Nelle aree interne del Mezzogiorno, come l'entroterra lucano, la caccia è ancora praticata come attività stagionale che integra l'economia familiare.

Tuttavia, la modernizzazione dell'agricoltura e la crescente urbanizzazione hanno ridotto il numero di cacciatori, che negli ultimi decenni è calato sensibilmente. Le associazioni venatorie chiedono maggiore flessibilità per arginare il declino del settore.

Gli ambientalisti, dal canto loro, sottolineano che molte specie di uccelli migratori sono in declino e che la caccia anticipata può compromettere gli sforzi di conservazione. Le organizzazioni internazionali hanno più volte raccomandato all'Italia di allineare i propri calendari alle migliori evidenze scientifiche.

La vicenda giudiziaria di quest'anno potrebbe avere ripercussioni anche sulla programmazione delle attività venatorie nelle regioni del Sud, dove la stagione si apre tradizionalmente più tardi rispetto al Nord. Una sentenza favorevole agli ambientalisti potrebbe imporre criteri più restrittivi a livello nazionale.

Il dibattito, come riferito dalla stampa estera, non è solo legale ma anche culturale. La caccia è vista da molti come un elemento dell'identità rurale italiana, mentre per altri rappresenta una pratica anacronistica in un'epoca di crisi della biodiversità.

Le regioni coinvolte nei ricorsi hanno annunciato che difenderanno i propri calendari in tribunale, sostenendo che le aperture anticipate rispondono a esigenze di gestione faunistica e di prevenzione dei danni all'agricoltura. La parola spetta ora ai giudici amministrativi.

Per la Basilicata, regione a forte vocazione agricola e con ampie aree boschive, l'esito della contesa avrà un peso concreto. La gestione della fauna selvatica, e in particolare del cinghiale, è una questione che tocca da vicino gli agricoltori e le comunità rurali.

La vicenda dei calendari venatori si inserisce in un quadro più ampio di tensioni tra sviluppo rurale e tutela ambientale, un tema che la stampa internazionale segue con attenzione, osservando come l'Italia cerchi di conciliare tradizione e sostenibilità.

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