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ESTERO

Ambientalisti portano le regioni italiane in tribunale per i calendari venatori

La stagione di caccia si apre in anticipo, ma le associazioni contestano le deroghe regionali

Adriana Sole843 wordsEdition102mercoledì 2 settembre 2026 — Edizione № 102

Con l'avvicinarsi della stagione venatoria italiana, diverse regioni si stanno preparando per un'apertura anticipata, ma un gruppo di organizzazioni per i diritti degli animali sta opponendo una forte resistenza, portando la questione in tribunale. Secondo The Local Italy, la controversia riguarda i calendari venatori regionali, che secondo gli ambientalisti violerebbero le normative nazionali ed europee sulla protezione della fauna selvatica.

La decisione di alcune regioni di anticipare l'apertura della caccia ha scatenato un contenzioso legale che potrebbe avere implicazioni per l'intero paese. Le associazioni ambientaliste sostengono che l'anticipazione mette a rischio le specie in periodo di riproduzione e migrazione, contravvenendo ai principi di conservazione sanciti dalle direttive europee.

Per l'Italia, la vicenda assume una rilevanza particolare, dato il delicato equilibrio tra le tradizioni locali, le economie rurali e gli obblighi comunitari in materia di biodiversità. Il braccio di ferro tra regioni e ambientalisti riflette una tensione più ampia che attraversa il paese, tra chi difende la caccia come attività culturale e chi la considera una minaccia per l'ecosistema.

Il contenzioso nasce dalla decisione di diverse amministrazioni regionali di fissare l'apertura della stagione venatoria a date anticipate rispetto al calendario standard previsto dalla legge nazionale. Le organizzazioni per i diritti degli animali, riunite in un comitato, hanno presentato ricorsi presso i tribunali amministrativi regionali, chiedendo la sospensione dei calendari contestati.

Secondo The Local Italy, gli ambientalisti basano le loro argomentazioni sulla direttiva europea 'Uccelli' (2009/147/CE), che vieta la caccia durante le fasi di riproduzione e migrazione. L'anticipazione delle date, sostengono, esporrebbe le specie a un rischio maggiore, in un periodo in cui molte di esse sono ancora impegnate nella nidificazione o nel viaggio verso i luoghi di svernamento.

Le regioni, dal canto loro, difendono le proprie scelte sostenendo di aver basato i calendari su studi scientifici e su valutazioni dell'impatto sulle popolazioni locali. Alcune amministrazioni hanno sottolineato la necessità di contenere la sovrappopolazione di alcune specie, come cinghiali e cervi, che causano danni alle colture e agli ecosistemi.

La questione dei calendari venatori è da anni un tema caldo in Italia, dove la caccia vanta una lunga tradizione e un numero considerevole di praticanti. Le associazioni venatorie, dal canto loro, hanno espresso preoccupazione per il ripetersi di contenziosi che, a loro dire, bloccano un'attività legittima e regolamentata, creando incertezza per migliaia di cacciatori.

Il dibattito non è solo legale ma anche politico. Le scelte delle regioni in materia di caccia sono spesso viste come un indicatore del loro orientamento su temi ambientali e di tutela del territorio. Le regioni a guida conservatrice tendono ad essere più permissive verso la caccia, mentre quelle a guida progressista sono più restrittive. Questa divisione ha portato a un mosaico di normative diversificate, che gli ambientalisti giudicano incoerente e dannoso.

La vicenda ha attirato l'attenzione anche a livello europeo. La Commissione Europea ha più volte richiamato l'Italia al rispetto delle direttive sulla conservazione degli uccelli selvatici, avviando procedure di infrazione in passato. Un'eventuale sentenza favorevole agli ambientalisti potrebbe quindi avere ripercussioni non solo sui calendari regionali, ma anche sulla posizione dell'Italia nei confronti di Bruxelles.

Le organizzazioni ambientaliste coinvolte nel ricorso hanno dichiarato che la loro azione mira a garantire il rispetto della legge e la protezione della biodiversità. 'Non siamo contro la caccia in sé', ha dichiarato un portavoce citato dalla stampa estera, 'ma contro una gestione che ignora i dati scientifici e mette a rischio specie protette'. Le associazioni chiedono che i calendari venatori siano redatti in conformità con le indicazioni dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l'ente tecnico nazionale.

Le regioni, dal canto loro, respingono le accuse e sostengono di aver operato nel rispetto delle normative. In una nota, alcune amministrazioni hanno sottolineato che i loro calendari sono stati elaborati con il supporto di esperti e che le date di apertura sono state scelte per minimizzare l'impatto sulle specie più vulnerabili. La questione è ora nelle mani dei giudici, che dovranno decidere se sospendere o annullare i provvedimenti contestati.

La decisione dei tribunali amministrativi è attesa nelle prossime settimane, ma il contenzioso potrebbe protrarsi a lungo, creando un clima di incertezza per i cacciatori e per le stesse amministrazioni regionali. Alcuni esperti legali, citati da The Local Italy, ritengono che la questione potrebbe arrivare fino al Consiglio di Stato o addirittura alla Corte di Giustizia Europea, data la complessità delle normative coinvolte.

Per l'Italia, la vicenda dei calendari venatori rappresenta un test sulla capacità del paese di conciliare le tradizioni locali con gli obblighi comunitari. In un momento in cui la tutela dell'ambiente è al centro del dibattito politico europeo, la gestione della fauna selvatica diventa un tema sensibile, capace di mobilitare l'opinione pubblica e di influenzare le scelte elettorali.

La posta in gioco, per gli ambientalisti, non è solo la protezione degli uccelli, ma la definizione di un modello di gestione del territorio più sostenibile e rispettoso della natura. Per le regioni, invece, la sfida è quella di mantenere un equilibrio tra le esigenze economiche e sociali delle comunità rurali e le pressioni ambientaliste, in un contesto normativo sempre più stringente.

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