OPINION
Il caldo che uccide e l'Europa che non impara
La Redazione285 wordsEdition №92domenica 23 agosto 2026 — Edizione № 92
The Local riporta un dato che dovrebbe fermare ogni altra discussione: almeno trentamila morti in eccesso in Europa durante un'estate di ondate di caldo consecutive e siccità, secondo dati provvisori. Gli scienziati attribuiscono queste morti al cambiamento climatico causato dall'uomo. È un numero che dice tutto e niente: trentamila vite che non ci sono più, e che difficilmente troveranno spazio nei titoli di domani.
Per chi vive nel Nord Italia, il caldo non è una novità. Ma quest'anno ha assunto un volto diverso, più concreto, più vicino. Le città si svuotano, gli anziani restano chiusi in casa, gli ospedali registrano accessi in aumento. Eppure, la narrazione pubblica continua a trattare l'estate come un problema di stagione, qualcosa che passerà con l'autunno. La stampa estera, almeno, ha il merito di chiamare le cose con il loro nome: non è più solo meteo, è clima. E il clima non si ferma ai confini.
C'è una distanza tra come il mondo racconta l'Italia e come l'Italia vive questa emergenza. I corrispondenti stranieri vedono le immagini di Venezia senz'acqua o di Como in secca, e scrivono di siccità. Noi, che ci viviamo, sappiamo che è anche una questione di infrastrutture, di pianificazione, di lungimiranza. Ma forse il punto è un altro: l'Europa intera è esposta, e le risposte nazionali non bastano. Trentamila morti sono una lezione che non possiamo permetterci di ignorare.
Le nostre pagine hanno spesso raccontato lo stress climatico che colpisce il paese, dalle Alpi alle isole. Oggi vogliamo aggiungere una riflessione: il caldo non è un'emergenza, è una condizione. E finché continueremo a trattarlo come un'eccezione, saremo sempre in ritardo. Il mondo ci guarda, e forse è ora che anche noi impariamo a guardare oltre l'estate.
