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OPINION

Il prezzo invisibile del cibo europeo: braccianti nel caldo letale

La Redazione254 wordsEdition28sabato 27 giugno 2026 — Edizione № 28

Ogni estate la stampa internazionale torna a documentare una realtà che l'Europa preferisce non guardare: i campi del Meridione italiano, dove il cibo che raggiunge i mercati europei è coltivato in condizioni che nessuno standard occidentale permetterebbe. Questa settimana i corrispondenti esteri hanno riferito di braccianti migranti che lavorano nelle baraccopoli della Puglia mentre le temperature superano i limiti della sopravvivenza umana.

Il fenomeno non è nuovo, ma il cambiamento climatico lo rende sempre più acuto. Le ondate di calore che colpiscono il Mediterraneo non risparmiano chi lavora nei campi. I rifugi improvvisati — lamiere, teli, strutture precarie — non offrono protezione. I salari rimangono bassissimi. L'accesso all'acqua è spesso limitato. Muoiono persone, ogni anno, e il dato passa quasi inosservato nei notiziari europei.

Quello che sorprende gli osservatori stranieri non è l'esistenza dello sfruttamento — è la sua persistenza dentro l'Unione europea, in un paese membro della NATO e del G7. La contraddizione è così evidente che diventa invisibile: l'Europa che predica standard sociali e ambientali dipende da una filiera agricola che quei standard li viola sistematicamente.

La questione non è morale soltanto. È economica e politica. Finché il costo della manodopera rimane compresso attraverso l'immigrazione irregolare e lo sfruttamento, i prezzi al consumo restano bassi e nessuno ha incentivo a cambiare. Il sistema è razionale, se immorale. Cambiarlo richiederebbe che i consumatori europei pagassero di più, e che i governi accettassero di regolamentare le filiere. Per ora, il caldo della Puglia continua a essere il prezzo invisibile del carrello della spesa europeo.

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Il prezzo invisibile del cibo europeo: braccianti nel caldo letale — La Veduta