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OPINION

Il caro-carburante e la tentazione di tassare l'emergenza

La Redazione299 wordsEdition123martedì 22 settembre 2026 — Edizione № 123

Il Guardian ha riferito nei giorni scorsi che i governi europei hanno discusso l'ipotesi di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, a livello di Unione, mentre i prezzi di carburante e gas restano vicini ai massimi storici. Il ministro tedesco dell'economia ha parlato di aziende che approfittano della situazione in Medio Oriente. È una frase che in Italia suona familiare: ogni volta che il prezzo alla pompa sale, la politica cerca un colpevole visibile, e lo trova puntualmente in un bilancio societario.

La misura ha una sua logica e anche un suo limite. Tassare i guadagni straordinari sembra equo finché non si chiede che cosa accade dopo: se l'imposta colpisce gli investimenti in rete, in rinnovabili, in efficienza, il conto finale lo pagano gli stessi consumatori, con qualche anno di ritardo. Il punto non è se gli extraprofitti esistano — esistono — ma se un'emergenza energetica sia il momento giusto per ridisegnare la fiscalità di un settore. Le emergenze producono cattive leggi con una frequenza preoccupante.

Per l'Italia la questione ha un peso particolare. Il paese è tra i più esposti d'Europa al costo dell'energia, per la sua dipendenza dalle importazioni, e insieme tra i più indebitati. Ogni euro raccolto da una tassa straordinaria è, per il ministero dell'Economia, un euro che non va cercato altrove. Ma è anche un segnale che gli investitori leggono: la stabilità delle regole conta quanto l'aliquota, e un'imposta nata dall'emergenza rischia di restare anche quando l'emergenza è finita.

La copertura internazionale tende a raccontare questa vicenda come uno scontro tra Bruxelles e le grandi compagnie. Vista da qui, è piuttosto la solita domanda italiana: come si protegge chi fatica ad arrivare a fine mese senza consumare il capitale di domani. Non esistono scorciatoie eleganti. Esistono scelte, e la loro durata nel tempo.

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