ABRUZZO
Ginzburg insegnava a vedere gli emarginati
Scompare lo storico che ha ascoltato le voci oppresse. L'Abruzzo perde uno studioso delle montagne e delle minoranze
Marco Di Sante604 wordsEdition №24martedì 23 giugno 2026 — Edizione № 24
Carlo Ginzburg, storico italiano fra i più influenti del dopoguerra, è scomparso lunedì all'età di 92 anni. Secondo il Guardian, la sua opera si è concentrata sulle vite ordinarie oppresse dal potere e dal pregiudizio, un approccio che ha risuonato nella storiografia mondiale per oltre sessant'anni.
Ginzburg ha fondato il metodo della microstoria, che guarda ai dettagli minuti delle vite comuni per illuminare le strutture di potere più grandi. Ha scritto di inquisitori e contadini, di streghe e di uomini senza nome che la storia ufficiale avrebbe ignorato.
In Abruzzo, dove le comunità montane hanno sempre custodito memorie sommerse e tradizioni orali, l'approccio di Ginzburg risuona con particolare forza. Le sue ricerche sulle credenze popolari e sulla resistenza culturale degli ultimi trovano eco nelle valli dell'Appennino.
Il Guardian ricorda come il suo lavoro abbia insegnato a generazioni di studiosi a pensare agli emarginati, a coloro che la narrazione dominante aveva sempre escluso.
Il suo capolavoro, 'Il formaggio e i vermi', ricostruisce la vita e il processo inquisitoriale di Domenico Scandella, detto Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento. Attraverso gli atti del tribunale, Ginzburg ha restituito voce a un uomo ordinario, alle sue eresie, ai suoi sogni cosmologici, trasformando il processo in una finestra sulla mentalità popolare di un'epoca.
Le sue ricerche sulle credenze popolari e sulla resistenza culturale degli ultimi trovano eco nelle valli dell'Appennino, dove il terremoto del 2009 ha spezzato continuità e cancellato archivi viventi.
Dopo il sisma, L'Aquila e i paesi circostanti hanno dovuto ricostruire non solo le case ma anche le memorie. Gli abitanti hanno scoperto che la loro storia locale, spesso tramandata oralmente, era fragile quanto le mura. Ginzburg avrebbe riconosciuto in questo dramma una lezione sulla precarietà della memoria popolare.
Lo storico ha insegnato a università in tutto il mondo – dalla California a Pisa – ma il suo metodo rimane un insegnamento per chi studia le comunità montane italiane. Guardare ai dettagli, ascoltare le testimonianze, ricostruire le vite ordinarie: questo è ciò che serve quando si racconta la ricostruzione post-sisma, quando si documentano le scelte dei giovani che lasciano l'Abruzzo interno, quando si registrano le tradizioni che scompaiono.
Il Guardian sottolinea come Ginzburg abbia sempre rifiutato la separazione fra storia 'alta' e storia 'bassa'. Per lui, la vita di un contadino processato per stregoneria era altrettanto degna di studio di quella di un principe. Questo democratico sguardo sulla storia ha cambiato il modo in cui il mondo accademico intende il proprio compito.
In un'epoca di trasformazioni rapide e svuotamento demografico, il metodo di Ginzburg diventa ancora più urgente. Le montagne dell'Abruzzo, come molte aree interne d'Italia, vedono scomparire i testimoni viventi di una cultura contadina e pastorale. Senza uno sguardo attento ai dettagli, senza l'ascolto delle voci ordinarie, quella storia si perderà.
Ginzburg ha dimostrato che anche un processo inquisitoriale, anche un'interrogazione ecclesiastica, sono fonti preziose per chi sa leggerle con umiltà e attenzione. Ha insegnato ai suoi studenti a cercare le tracce del passato non solo nei grandi archivi ma anche nei margini, nelle note a piè di pagina, nei silenzi.
La sua scomparsa arriva in un momento in cui l'Italia interna affronta sfide simili a quelle che hanno interessato le comunità che Ginzburg ha studiato: l'isolamento, il controllo esterno, la perdita di autonomia culturale. Il suo lavoro rimane una lezione su come resistere all'oblio, su come restituire dignità alle voci sommerse.
In Abruzzo, dove la memoria del terremoto convive con il declino demografico, l'eredità di Ginzburg è una sfida: ascoltare ancora, documentare ancora, credere ancora che le storie ordinarie meritano di essere raccontate. La montagna non parla da sola. Ha bisogno di chi sappia ascoltare.
