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ABRUZZO

I casari ribelli delle Alpi e la lezione per l'Appennino

Il Guardian racconta i pastori che difendono il pascolo stagionale: un modello che interroga la montagna abruzzese

Marco Di Sante543 wordsEdition №135martedì 6 ottobre 2026 — Edizione № 135

Il Guardian ha pubblicato un reportage sui casari che nelle Alpi difendono un sistema agricolo tradizionale basato sul pascolo stagionale e a rotazione, lo 'storico ribelle'. È una storia di resistenza produttiva in un ambiente che l'abbandono agricolo ha trasformato in molte zone.

Il tema non è solo alpino. Anche l'Appennino abruzzese conosce la stessa tensione tra pascolo estensivo e abbandono, con conseguenze dirette sulla gestione del territorio e sul rischio idrogeologico.

Il pascolo stagionale non è una nostalgia ma una tecnica: mantiene aperti gli spazi, riduce l'avanzata del bosco, sostiene la biodiversità. Dove i pastori se ne vanno, il paesaggio cambia e con esso la sicurezza dei versanti.

Per la montagna abruzzese, la lezione del reportage è che la sopravvivenza di queste pratiche dipende da mercati che riconoscano il valore del prodotto, non solo dalla buona volontà dei pastori.

Il reportage del Guardian si concentra su un piccolo gruppo di pastori che produce formaggio secondo un metodo tradizionale, con la stagionalità come elemento centrale. È un modello economicamente fragile ma ecologicamente significativo.

L'Abruzzo ha una lunga tradizione di pastorizia e transumanza, con percorsi che collegavano la montagna interna alle pianure costiere. Molti di questi percorsi sono oggi inutilizzati o trasformati in sentieri escursionistici.

La tensione tra conservazione e reddito rurale è il cuore del problema. I parchi nazionali abruzzesi, che proteggono lupi e orsi, convivono con un'agricoltura di montagna che fatica a restare economicamente sostenibile.

Il pascolo estensivo è uno degli strumenti che mantengono il paesaggio aperto, riducendo il rischio di incendi e di dissesto. La sua scomparsa non è solo una perdita culturale ma un problema di gestione del territorio.

La stampa internazionale che si occupa di montagna europea tende a presentare queste pratiche come parte di un patrimonio da difendere, ma anche come attività marginali dal punto di vista economico.

Per l'Abruzzo, la questione si intreccia con quella più ampia dello spopolamento dell'interno. Senza giovani disposti a restare, anche le pratiche agricole tradizionali perdono continuità.

Il reportage del Guardian suggerisce che il futuro di queste produzioni dipende dalla capacità di costruire filiere corte e di comunicare il valore del metodo, non solo del prodotto.

La montagna abruzzese ha esempi simili, con aziende che hanno puntato sulla qualità e sul legame con il territorio. Ma il numero di queste aziende resta limitato e la loro sopravvivenza è spesso legata a singole persone.

Il tema del pascolo si collega anche alla presenza dei grandi carnivori, che la stampa scientifica internazionale segue con attenzione. La convivenza tra allevamento estensivo e fauna protetta è una delle questioni aperte dei parchi abruzzesi.

La lezione che si può trarre dal reportage alpino è che la conservazione del paesaggio non è un'attività passiva ma richiede lavoro, competenze e mercati. Senza queste condizioni, il pascolo scompare e con esso un presidio del territorio.

Per la redazione abruzzese, il punto è che la montagna non si difende con i vincoli soltanto. Si difende con economie che rendano possibile restare.

Il dibattito europeo sulle aree interne e sulla coesione rurale va nella stessa direzione: sostenere le pratiche che tengono insieme produzione, ambiente e presenza umana.

Il reportage del Guardian è un promemoria che queste pratiche esistono e funzionano, ma sono fragili. La loro fragilità è la fragilità della montagna stessa.

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