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CULTURA

Il Guardian si chiede dove siano finiti i veri cattivi della TV

Un pezzo culturale britannico parte dagli adattamenti letterari per rimproverare alla serialità la compassione verso i malvagi

Eleonora Vanzetti985 wordsEdition №140sabato 10 ottobre 2026 — Edizione № 140

Il Guardian ha pubblicato un intervento culturale che si domanda dove siano finiti i veri cattivi della televisione. Il punto di partenza è il nuovo adattamento Netflix di "East of Eden", e il bersaglio è una tendenza: i retroscena compassionevoli costruiti per spiegare i malvagi li hanno resi noiosi.

La tesi del giornale britannico è che la serialità contemporanea spiega troppo. Dai bulli di "Carrie" a Cathy Ames, ogni figura crudele riceve una storia che la giustifica, e la giustificazione toglie forza al male. Il Guardian chiede il ritorno di cattivi davvero terribili, senza scuse narrative.

Per la redazione Cultura, l'articolo è interessante meno per la sua conclusione che per il metodo: prende un adattamento di un classico americano e lo usa per diagnosticare lo stato della sceneggiatura anglosassone. È un modo di leggere la narrativa per difetti, non per meriti.

La domanda che il pezzo lascia aperta riguarda il pubblico. Se i cattivi spiegati sono noiosi, perché la serialità continua a produrli. Il Guardian non lo risolve, ma il fatto che se lo chieda segnala un dibattito critico in corso nelle redazioni culturali di lingua inglese.

Il Guardian ha dedicato un intervento culturale a una domanda semplice e polemica: dove sono finiti i veri cattivi della televisione. L'articolo parte dal nuovo adattamento Netflix di "East of Eden" e costruisce da lì una diagnosi della sceneggiatura contemporanea. La tesi, riassunta nella sintesi disponibile, è che i retroscena compassionevoli hanno reso i cattivi noiosi, e che è tempo di riportare in scena figure davvero malvagie.

Vale la pena precisare cosa il telegrafo sostiene. Il pezzo cita i bulli di "Carrie" e Cathy Ames come esempi di cattiveria narrativa, e indica il nuovo adattamento Netflix come occasione per tornare a parlarne. Non fornisce, nella sintesi a disposizione, dati di ascolto né dichiarazioni di autori o produttori. È un articolo d'opinione culturale, non un reportage: chi lo cita deve trattarlo come argomento, non come fatto.

Per la redazione Cultura, il valore dell'articolo sta nel metodo più che nella conclusione. Il Guardian prende un adattamento letterario e lo usa come sonda per misurare lo stato della scrittura televisiva anglosassone. È una pratica comune nella critica in lingua inglese: leggere il presente attraverso il classico che viene riscritto, e giudicare la riscrittura per ciò che le manca.

Il bersaglio implicito è una convenzione degli ultimi due decenni: il cattivo con il trauma alle spalle, la spiegazione psicologica che trasforma il male in sintomo. Il Guardian la considera un espediente che produce personaggi prevedibili. La richiesta è di restituire al male una dimensione non negoziabile, di togliergli la scusa.

C'è un paradosso che l'articolo sfiora senza risolverlo. Se i cattivi spiegati sono noiosi, perché l'industria continua a produrli. La risposta più probabile — che la spiegazione serve a rendere il personaggio accettabile per un pubblico ampio — non compare nella sintesi disponibile, e non va attribuita al Guardian. Resta una domanda aperta che il lettore può portarsi dietro.

Il riferimento a Cathy Ames è significativo. Nel romanzo di Steinbeck è una figura di crudeltà quasi priva di redenzione, e gli adattamenti precedenti hanno sempre dovuto decidere quanto spiegarla. Il nuovo adattamento Netflix riapre quella decisione davanti a un pubblico globale, e il Guardian la usa come caso esemplare. Non è un dettaglio di casting: è una scelta di scrittura che riguarda il modo in cui una storia antica viene consegnata a un pubblico nuovo.

Per chi in Italia segue la serialità internazionale, l'articolo offre una chiave di lettura trasferibile. Anche la produzione italiana ha adottato, negli ultimi anni, la convenzione del cattivo spiegato, spesso mutuandola dai modelli anglosassoni. Il dibattito che il Guardian apre riguarda quindi anche le sceneggiature che in Italia si scrivono guardando a quelle britanniche e americane.

Va ricordato che il Guardian è una testata che dedica spazio regolare alla critica televisiva e che i suoi interventi di questo tipo hanno spesso una funzione di agenda: indicano una tendenza e chiedono agli autori di reagire. Non è un documento programmatico, ma nemmeno una recensione isolata. È un segnale di come una parte della critica di lingua inglese sta valutando il proprio repertorio.

Il legame con l'adattamento Netflix merita cautela. La sintesi disponibile non specifica quali scelte narrative il nuovo "East of Eden" compia, né se il Guardian le giudichi positivamente. L'articolo, da quanto emerge, usa la serie come punto di partenza per una riflessione più ampia, non come oggetto di recensione. Chi lo cita deve tenere separati i due livelli.

La questione del pubblico resta il nodo non sciolto. La convenzione del cattivo comprensibile nasce da esigenze di mercato: rendere un personaggio difficile accettabile per un pubblico vasto, distribuito su piattaforme globali. Il Guardian non affronta, nella sintesi, questo lato industriale. Eppure è lì che si decide, in ultima istanza, se i cattivi torneranno a essere terribili o resteranno spiegati.

Per la redazione Cultura, l'articolo è utile anche come esempio di genere. La critica culturale anglosassone ama le tesi nette e le difende con esempi letterari. Il Guardian lo fa qui con Steinbeck e con un classico del cinema tratto da Stephen King. È una tradizione argomentativa che in Italia ha meno spazio, e leggerla aiuta a capire come certe tendenze vengono nominate prima che altrove.

Cosa aspettarsi. Se la tesi del Guardian troverà eco, è probabile che altri interventi sulla stessa linea seguano nei prossimi mesi, e che qualche autore la citi come manifesto. È il modo in cui la critica anglosassone costruisce le mode: un articolo apre, altri confermano, la produzione risponde. Il dibattito è appena iniziato.

Resta il fatto più semplice, e il più difficile da contestare: un grande giornale britannico ha scelto di dedicare spazio a una riflessione sulla cattiveria narrativa. Che i cattivi siano davvero diventati noiosi è opinabile. Che la critica senta il bisogno di dirlo, invece, è un dato. E i dati, anche piccoli, sono ciò che questa redazione può riportare.

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