ABRUZZO
L'Etna chiude di nuovo i cieli di Catania, e l'Appennino conta i suoi vulcani
La cenere del vulcano siciliano blocca i voli per giorni; in Abruzzo la lezione del 2009 resta nella memoria di chi ha visto una città svuotarsi
Marco Di Sante884 wordsEdition №130martedì 29 settembre 2026 — Edizione № 130
Una spessa nube di cenere proveniente dall'Etna sta interrompendo i voli per Catania da diversi giorni, riferisce Deutsche Welle. Il vulcano più attivo d'Italia e d'Europa ha condizionato il trasporto aereo più volte quest'estate, e la ripetizione del fenomeno comincia a pesare su chi vive e lavora sotto il cono.
Per l'Abruzzo la notizia arriva da lontano, ma non è estranea. In una regione che nel 2009 ha perso L'Aquila in una notte, la fragilità geologica del paese non è mai un capitolo chiuso: è il modo in cui si abita il territorio.
L'Etna non uccide come un terremoto, ma impone una disciplina quotidiana: aeroporti che chiudono, strade insabbiate, raccolti coperti, polmoni che si riempiono di polvere. La stampa internazionale lo racconta come un fastidio per i turisti; per chi vive lì è un costo ricorrente.
La differenza con l'Appennino è nella prevedibilità. Il vulcano avvisa, il terremoto no. Eppure entrambi pongono la stessa domanda a chi governa il territorio: quanto si è disposti a spendere per convivere con la geologia.
Una spessa nube di cenere proveniente dall'Etna sta interrompendo i voli per Catania in Sicilia da diversi giorni, secondo quanto riporta Deutsche Welle. Il vulcano più attivo d'Italia e d'Europa, si legge, ha influenzato il trasporto aereo diverse volte quest'estate, e il ritorno della cenere segna l'ennesima interruzione in pochi mesi.
Il meccanismo è noto agli scienziati e ormai familiare ai residenti: le eruzioni parossistiche lanciano in quota particelle fini che il vento trasporta verso le rotte dello scalo etneo. Quando la concentrazione supera le soglie di sicurezza, gli aeroporti chiudono e i voli vengono dirottati o cancellati.
Deutsche Welle non quantifica i danni economici, e La Veduta non li stima. Ma la ripetizione del fenomeno in una sola stagione basta a far capire che non si tratta di un incidente isolato, quanto di una condizione strutturale per la Sicilia orientale.
Per l'Abruzzo la distanza geografica non è distanza di esperienza. La regione ha nel proprio paesaggio due parchi nazionali — il Gran Sasso e Monti della Laga, la Majella — e una storia sismica che nel 2009 ha raso al suolo il capoluogo. Chi vive a L'Aquila sa cosa significhi vedere una città svuotarsi in una notte e ricostruirsi in quindici anni.
La differenza è nella forma del disastro. Il terremoto non avvisa: arriva, distrugge, e lascia dietro di sé un problema di ricostruzione che dura una generazione. L'Etna avvisa: fuma, trema, sputa cenere, e consente a chi vuole ascoltare di prepararsi.
Eppure entrambi pongono la stessa domanda a chi amministra il territorio: quanto si è disposti a investire per convivere con la geologia invece di subirla. In Abruzzo la risposta è stata scritta nei cantieri del post-sisma, tra ritardi, fiducia e diffidenza verso lo Stato.
La stampa internazionale tende a leggere l'Etna come spettacolo o come disagio turistico. Le cancellazioni dei voli diventano una notizia da aeroporto, la cenere un'immagine suggestiva. Ma per chi coltiva agrumi o gestisce un albergo nella fascia pedemontana, la cenere è un costo che ritorna.
Lo stesso accade in Appennino con la neve o con la siccità: fenomeni che il mondo fotografa come cartoline e che le comunità locali vivono come vincoli produttivi. La montagna italiana è bella da fuori e faticosa da dentro, e questo vale dai Nebrodi al Gran Sasso.
C'è poi il tema della manutenzione. Un aeroporto che chiude ripetutamente mette in discussione la sua affidabilità per le compagnie e per i passeggeri, e la ripetizione del rischio diventa essa stessa un fattore economico. Lo stesso ragionamento vale per le strade di montagna che franano ogni inverno o per i paesi che perdono residenti dopo ogni scossa.
In Abruzzo il dibattito sulla ricostruzione aquilana ha insegnato che la resilienza non è un fatto naturale ma una scelta politica: dipende dai fondi stanziati, dalle procedure, dalla capacità di trattenere chi altrimenti se ne va. Dopo il 2009 molti giovani non sono tornati, e i numeri della popolazione interna lo raccontano.
La lezione che l'Appennino può offrire alla Sicilia orientale non è tecnica ma culturale: convivere con un rischio ricorrente richiede istituzioni stabili, informazioni chiare e una comunità che non si senta sola di fronte al fenomeno. Dove questa fiducia manca, il disagio diventa emigrazione.
Deutsche Welle non riferisce di vittime legate all'eruzione in corso, e non è compito di questo giornale aggiungerne. Il punto non è la catastrofe ma la normalità del rischio: un vulcano che si risveglia più volte l'anno è un fatto ordinario per chi ci vive sotto, e l'ordinarietà è la parte più difficile da gestire.
La cenere, quando si deposita, va rimossa da tetti, strade e canali. È un lavoro che ricade su comuni e famiglie, e che raramente trova spazio nella copertura internazionale, più attratta dall'immagine dell'eruzione che dalle sue conseguenze quotidiane.
Per una redazione che scrive dall'Appennino, il valore della notizia sta proprio lì: nel ricordare che dietro ogni fenomeno naturale spettacolare ci sono persone che devono organizzare la giornata successiva. È la stessa disciplina che L'Aquila ha imparato per forza.
Nei prossimi giorni si capirà se l'attività dell'Etna rientrerà o se le interruzioni proseguiranno. Qualunque sia l'esito, la stagione ha già mostrato quante volte un solo vulcano possa condizionare un'intera economia regionale. È un promemoria che l'Italia intera, da nord a sud, farebbe bene a tenere presente.
