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OPINION

Ceuta e lo specchio italiano

La Redazione363 wordsEdition70mercoledì 5 agosto 2026 — Edizione № 70

Le nostre pagine hanno seguito per giorni la vicenda di Ceuta, l'enclave spagnola in Marocco dove la scorsa settimana decine di migliaia di persone hanno tentato di entrare in Europa, e dove il Guardian riferisce che almeno 72 persone hanno perso la vita, annegate o schiacciate. Il commissario europeo per la migrazione ha criticato il piano di regolarizzazione della Spagna, definendolo 'non un buon segnale' per l'Europa, mentre il governo italiano ha risposto sospendendo temporaneamente le regole di Schengen con Madrid. Sono gesti che parlano più di simboli che di sostanza.

Da questa parte del Mediterraneo, la scena di Ceuta ha un suono familiare. L'Italia conosce bene il lessico della frontiera: gli arrivi, i respingimenti, le ordinanze, la retorica dell'emergenza che si accende e si spegne con le stagioni. Ma la cronaca internazionale di questi giorni mostra qualcosa di diverso: la migrazione non è più raccontata come un fenomeno da gestire, ma come uno strumento politico, impugnato trasversalmente nello spettro politico europeo. Il France 24 lo ha detto senza mezzi termini, e noi non possiamo che prenderne atto.

La sospensione di Schengen decisa dall'Italia è stata presentata all'estero meno come una misura di sicurezza e più come un gesto dimostrativo, un segnale indirizzato a un'opinione pubblica interna. È una lettura severa, ma non ingiusta. Quando i confini interni dell'Unione si chiudono per un evento accaduto a migliaia di chilometri dai nostri valichi, la domanda sorge spontanea: stiamo proteggendo i cittadini o stiamo solo recitando una parte? Il Guardian, nel suo editoriale, accusa l'estrema destra di strumentalizzare il caos e la tragedia; noi aggiungiamo che la tentazione è diffusa, e non risparmia i governi cosiddetti moderati.

Quel che accade a Ceuta non è lontano da noi come potrebbe sembrare. È la stessa frontiera che ogni giorno l'Italia guarda dal proprio sud, la stessa linea d'ombra dove l'Europa decide chi può entrare e chi no. La lezione che il mondo ci restituisce è semplice: finché la migrazione sarà trattata come un'eccezione da gestire nell'emergenza, e non come una condizione strutturale del nostro tempo, ogni crisi troverà pronti i muri, ma mai le risposte. E i muri, lo sappiamo bene, non hanno mai fermato il mare.

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