ABRUZZO
Cinquant'anni di riscaldamento: cosa dice il rapporto all'Appennino
Uno studio internazionale confronta mezzo secolo di dati e indica le città italiane più cambiate dal clima. Per l'Abruzzo montano la domanda è un'altra: neve, acqua e pascoli.
Marco Di Sante602 wordsEdition №126venerdì 25 settembre 2026 — Edizione № 126
Un nuovo rapporto che confronta cinquant'anni di dati ha identificato le città italiane più colpite dal cambiamento climatico, con risultati che, secondo The Local Italy, hanno sorpreso persino gli scienziati. Tra le città indicate compare Napoli, con un aumento delle temperature che il rapporto quantifica in circa 2,9 gradi.
Lo studio lavora su serie storiche urbane. Le città costiere e pianeggianti mostrano le variazioni più marcate, mentre l'Appennino interno non è al centro dell'analisi, che resta concentrata sui grandi centri.
Per l'Abruzzo montano la questione si legge soprattutto attraverso l'acqua e la neve. Le stagioni sciistiche delle valli aquilane e del Gran Sasso dipendono da un innevamento sempre più irregolare, e la stessa irrigazione delle campagne costiere parte dai bacini di montagna.
Il rapporto non contiene dati specifici sull'Abruzzo. Ma la sua scala di mezzo secolo è quella su cui la regione misura da tempo i propri cambiamenti, tra siccità estive e precipitazioni concentrate in eventi brevi e intensi.
La cornice che la stampa estera usa per l'Italia climatica è nota: alluvioni, siccità, le Alpi e i vulcani. L'Appennino entra in questa cornice soprattutto come terra di parchi e di fauna, dove il lupo e l'orso marsicano sono diventati un tema ricorrente nella copertura scientifica internazionale.
Il paradosso abruzzese è che la montagna che si spopola è anche quella che custodisce le riserve d'acqua. I bacini del Gran Sasso alimentano acquedotti che servono anche la costa, e la loro salute dipende da un equilibrio tra pascolo, bosco e neve che il riscaldamento sta spostando.
Le aree protette della regione, dal Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise al Gran Sasso e Monti della Laga, sono da anni oggetto di attenzione da parte di riviste scientifiche e testate estere. Il tema ricorrente è la convivenza tra grandi predatori e attività rurali.
Il riscaldamento aggiunge pressione a questa convivenza. Inverni più miti e meno nevosi modificano i cicli delle specie selvatiche e le rotazioni dei pascoli, con effetti che gli allevatori delle valli percepiscono prima che la scienza li misuri.
Sul versante urbano, il rapporto indica che sono le città a registrare gli scarti maggiori. In Abruzzo questo riguarda soprattutto L'Aquila, Pescara e Teramo, dove isole di calore e consumo di suolo si sommano alle dinamiche climatiche di fondo.
L'Aquila aggiunge a questo quadro una storia propria. La ricostruzione dopo il terremoto del 2009 ha ridisegnato il rapporto tra il centro storico e le periferie, e con esso la distribuzione del verde e degli spazi aperti che mitigano il calore estivo.
La stampa estera che segue il clima italiano tende a concentrarsi su Venezia, Firenze e Roma, tra turismo di massa e stress idrico. Le aree interne compaiono meno, e questo è in sé un dato: la montagna che cambia è poco raccontata.
Le politiche europee di coesione e sviluppo rurale, di cui l'Abruzzo è destinatario, collegano sempre più spesso i finanziamenti alla resilienza climatica. Questo significa che il rapporto tra dati climatici e scelte di bilancio regionali diventerà più diretto.
Per ora il documento internazionale offre una cornice, non una previsione locale. La domanda che resta aperta in Appennino riguarda la neve: quanto a lungo le valli potranno contare su un manto affidabile, e cosa resta dell'economia che vi si appoggia se quel manto viene meno.
La risposta non è nel rapporto, che misura il passato. Ma la scala di cinquant'anni che lo studio adotta è esattamente quella su cui una comunità di montagna decide se restare o andarsene.
La regione osserva. I dati urbani dicono una cosa, le valli un'altra, e la distanza tra le due è il vero tema climatico dell'Abruzzo interno.
