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OPINION

Confini che tornano, e il tempo che l'Europa non ha

La Redazione393 wordsEdition116martedì 15 settembre 2026 — Edizione № 116

Il Guardian ha riferito che nove paesi dell'Unione europea hanno ottenuto un ulteriore rinvio nell'applicazione del sistema di ingressi e uscite, il nuovo regime di controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen. Tra le destinazioni che chiedono più tempo figurano Francia, Grecia e Portogallo, oltre all'Italia: la ragione addotta è la difficoltà di installare le attrezzature negli aeroporti più affollati. La stessa settimana, la Commissione europea ha annunciato di voler rivedere le regole e le tariffe dei visti Schengen di breve durata, per rendere la politica dei visti, nelle sue parole, più coerente, sicura ed efficace, facilitando al contempo i viaggi legittimi.

Messe una accanto all'altra, le due notizie compongono una figura familiare: l'Europa che si dà una regola comune e poi negozia, paese per paese, il calendario con cui applicarla. Non è ipocrisia, ed è bene dirlo. È il modo in cui un'unione di ventisette sistemi aeroportuali, ventisette amministrazioni e ventisette tradizioni di polizia di frontiera prova a fare una cosa sola. Il rinvio non nasce dalla cattiva volontà ma dalla fisica degli scali: un aeroporto mediterraneo di luglio non ha lo spazio materiale per aggiungere una procedura senza allungare le code.

Per l'Italia la questione non è soltanto tecnica. Il paese è da anni la frontiera marittima d'Europa, e ogni regime di controllo che si sposta verso l'alto — verso il momento dell'ingresso legale — ricade su chi sta più a sud. Chi vive in Sicilia o in Calabria sa che le regole si scaricano sui porti prima che sugli aeroporti, e che il turismo, per molte di quelle regioni, è la voce principale del reddito. Ritardare i controlli è, per un aeroporto di Catania o di Palermo, una questione di stagione: sbagliare il mese significa perdere l'anno.

Vale la pena notare che il rinvio non è una sconfitta dell'idea, ma una sua conferma lenta. L'Europa non sta rinunciando a contare chi entra e chi esce; sta ammettendo che non tutti i suoi membri possono farlo nello stesso giorno. È la stessa logica che ha prodotto, nei decenni, allargamenti differenziati, adesioni all'euro a più velocità, corridoi e deroghe. Chi guarda l'Unione da fuori la descrive spesso come una burocrazia che impone; chi la guarda da dentro la vede piuttosto come una macchina che contratta. Le due immagini sono entrambe vere, e la seconda spiega meglio perché, alla fine, le cose accadono.

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