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OPINION

Corpi al largo di Malta: il Mediterraneo che il mondo vede

La Redazione284 wordsEdition9lunedì 8 giugno 2026 — Edizione № 9

Domenica scorsa il Guardian ha riferito che i soccorritori italiani hanno recuperato dieci corpi dopo il capovolgimento di un'imbarcazione nelle acque al largo di Malta. Il natante era partito dalla Libia con circa sessanta persone a bordo; quarantotto sono state tratte in salvo vive. La notizia occupa poche righe nelle agenzie internazionali, e questa misura — la brevità — dice qualcosa di preciso sul posto che simili tragedie occupano ormai nell'immaginario collettivo dell'Europa.

Il Mediterraneo centrale è, nella copertura straniera dell'Italia, una presenza quasi costante: non un'emergenza ma una condizione. Le testate internazionali lo descrivono come una frontiera liquida che l'Italia amministra per conto di un continente che preferisce non guardare troppo da vicino. Ogni naufragio viene registrato, attribuito a una rotta, a una partenza, a un numero di passeggeri stimato. Poi la notizia scivola via, sostituita dalla successiva.

Ciò che la stampa estera coglie con più lucidità di quanto non ammettano i dibattiti interni è la struttura del problema: la Libia come punto di partenza, le acque tra Sicilia e Malta come teatro ricorrente, i soccorritori italiani come attori principali di una scena che nessun accordo diplomatico ha ancora saputo riscrivere. Il Guardian non commenta, si limita a riferire le cifre della guardia costiera. Ma la ripetizione stessa di questi dispacci, anno dopo anno, costituisce un giudizio.

Noi non crediamo che raccontare queste morti significhi rassegnarsi alla loro normalità. Crediamo, al contrario, che il compito di un giornale come questo sia tenere visibile ciò che la distanza geografica e la stanchezza dell'attenzione tendono a rendere invisibile. Dieci nomi che non conosciamo, una traversata che non finirà mai nei libri di storia: è di questo che parliamo quando parliamo del Mediterraneo visto dal mondo.

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