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FRIULI-VENEZIA GIULIA

Il tetto agli stranieri in classe e la scuola di frontiera

Il decreto Meloni visto da una regione dove l'aula è già plurilingue: sloveno, friulano e italiano sui banchi di Trieste e Gorizia

Sergio Madrussan690 wordsEdition №128domenica 27 settembre 2026 — Edizione № 128

Il gabinetto della premier Giorgia Meloni ha adottato un decreto legge che vieta burqa e niqab nelle scuole e limita il numero di studenti con scarsa padronanza dell'italiano per classe, secondo quanto hanno riferito BBC, Deutsche Welle e The Local Italy. La premier ha descritto le misure come "strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrarsi", come ha riportato la BBC.

The Guardian ha scritto che i critici accusano il governo di inasprire una retorica divisiva per corteggiare gli elettori di estrema destra in vista delle elezioni generali del prossimo anno. Il New York Times ha riferito che l'obiettivo dichiarato era integrare meglio i bambini non italofoni, ma che i critici hanno parlato di un tentativo di placare il sentimento anti-immigrazione.

Il Friuli-Venezia Giulia è una delle cinque regioni a statuto speciale e la sua scuola pubblica è già un laboratorio di plurilinguismo: sloveno, friulano e italiano convivono sui banchi, con tutele previste da norme statali e accordi internazionali.

Il decreto non nomina le lingue di minoranza, ma la sua logica — contare gli alunni che non padroneggiano l'italiano per classe — cade su un territorio dove la didattica bilingue non è un'eccezione ma un istituto giuridico.

Il gabinetto della premier Giorgia Meloni ha adottato un decreto legge che vieta burqa e niqab nelle scuole e limita il numero di studenti con scarsa padronanza dell'italiano per classe. La notizia è stata riportata da BBC, Deutsche Welle e The Local Italy, mentre The Guardian e il New York Times vi hanno letto una mossa elettorale.

La premier ha difeso le misure come "strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrarsi", secondo la BBC. Il Guardian ha riferito che i critici la accusano di "scappare spaventata" dai propri elettori di estrema destra, in vista delle elezioni generali del prossimo anno.

Il New York Times ha aggiunto che l'obiettivo dichiarato era integrare meglio i bambini non italofoni, ma che i critici hanno denunciato un tentativo di assecondare il sentimento anti-immigrazione. The Local Italy ha precisato che si tratta di un decreto legge, quindi di uno strumento che entra in vigore subito e deve poi essere convertito dal Parlamento.

Nessuno dei dispacci internazionali nomina il Friuli-Venezia Giulia. La regione, però, è uno dei cinque enti a statuto speciale della Repubblica e la sua scuola è storicamente plurilingue, con insegnamento in sloveno accanto a quello in italiano nelle aree di confine.

A Trieste e Gorizia il tema non è astratto: le aule sono già luoghi dove si parla italiano, sloveno e friulano, e dove la didattica bilingue è sostenuta da norme di tutela delle minoranze linguistiche, non da una scelta di singoli istituti.

La logica del decreto — misurare quanti alunni non padroneggiano l'italiano per fissare un tetto — pone quindi una questione tecnica che nelle regioni di confine ha una storia lunga: come si contano gli studenti bilingui, e come si distingue chi arriva da fuori da chi cresce tra due lingue di casa.

La stampa internazionale non ha spiegato come il decreto tratterà le scuole con insegnamento in lingua di minoranza. Su questo punto il telegrafo tace, e la redazione non può aggiungere ciò che le fonti non dicono.

Il Guardian ha collocato il decreto nel quadro di una campagna elettorale già in corso. The Local Italy, nella sua panoramica sull'estrema destra europea, ha ricordato i recenti successi regionali di Alternative für Deutschland, segno che la competizione sui temi migratori non è solo italiana.

Per una regione che confina con Slovenia e Austria, il segnale che arriva da Roma si legge anche a Vienna e a Lubiana, dove il plurilinguismo di frontiera è materia di rapporti bilaterali e di tutela delle comunità storiche.

Il decreto vieta anche i veli integrali nelle scuole. La BBC ha riferito la posizione della premier; The Local Italy ha scritto che il divieto riguarda burqa e niqab, indumenti che nella pratica sono rari nelle aule del Nord-Est, dove la presenza musulmana è più recente e più frammentata che in altre aree del Paese.

Questo non significa che la misura sia priva di effetti locali. Le scuole di Trieste, come quelle di altre città portuali, hanno classi con alunni arrivati da Balcani, Africa e Asia, e la contabilità per classe cambia l'organizzazione dei corsi di italiano come seconda lingua.

I sindacati e le associazioni degli insegnanti hanno contestato il decreto in tutta Italia, ma le loro voci non compaiono nei dispacci internazionali citati e La Veduta non le attribuisce alle testate estere.

La partita ora si sposta sul Parlamento, dove il decreto dovrà essere convertito in legge. È lì che le regioni a statuto speciale potranno far valere le proprie competenze in materia di istruzione e di tutela linguistica, se lo riterranno.

Per il Friuli-Venezia Giulia la questione è anche di immagine: una regione che vende all'Europa la propria identità mitteleuropea e multilingue si trova a dover spiegare come quella stessa diversità venga contata nelle classi.

Il telegrafo non offre ancora reazioni da Lubiana o da Vienna. Finché non arrivano, il quadro resta quello tracciato da BBC, Deutsche Welle, The Local Italy, The Guardian e New York Times: un decreto pensato per il dibattito nazionale, che nelle zone di confine solleva domande antiche sulla lingua, sull'appartenenza e su chi ha il diritto di essere contato.

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