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BASILICATA

Il tetto agli alunni stranieri e la Basilicata che perde bambini

Il decreto del governo vieta burqa e niqab a scuola e limita gli studenti non italofoni. In una regione con 537.000 abitanti la stretta arriva mentre le aule si svuotano comunque.

Pietro Lasorsa944 wordsEdition №128domenica 27 settembre 2026 — Edizione № 128

Il gabinetto della premier Giorgia Meloni ha adottato un decreto legge che vieta burqa e niqab nelle scuole e limita il numero di studenti con scarsa padronanza dell'italiano in ogni classe. Lo hanno riferito la BBC, Deutsche Welle, il New York Times e The Local Italy, che concordano sui due contenuti della misura.

Meloni ha descritto le norme come "strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrarsi", secondo la BBC. Il Guardian riferisce che i critici accusano il governo di inseguire gli elettori di estrema destra in vista delle elezioni generali del prossimo anno.

Il New York Times riporta che l'obiettivo dichiarato è integrare meglio i bambini non italofoni, mentre gli oppositori parlano di una risposta al sentimento anti-immigrazione. Le due letture convivono nello stesso testo.

Per la Basilicata la questione si presenta in una forma particolare: qui il problema dominante non è l'affollamento delle classi, ma la loro chiusura. La regione conta circa 537.000 residenti e perde popolazione da anni, con un saldo naturale negativo che si riflette direttamente sul numero degli iscritti.

Il decreto adottato dal governo italiano vieta i veli integrali — burqa e niqab — negli istituti scolastici e pone un limite agli alunni con padronanza insufficiente dell'italiano per classe. BBC, Deutsche Welle, il New York Times e The Local Italy ne hanno dato notizia lo stesso giorno, con dettagli concordanti sul contenuto e divergenti sull'interpretazione politica.

La premier Giorgia Meloni ha presentato le misure come strumenti pratici di integrazione. Il Guardian, dal canto suo, ha raccolto le accuse dell'opposizione, secondo cui il decreto dimostra che l'esecutivo teme di perdere voti a destra alle elezioni generali del prossimo anno. Il New York Times ha scritto che i critici vedono nella stretta un tentativo di placare il sentimento anti-immigrazione.

Il provvedimento è un decreto legge, quindi entra in vigore immediatamente e dovrà essere convertito dal Parlamento entro i termini previsti. È in quella fase che si misurerà la tenuta della maggioranza e la capacità dell'opposizione di modificare il testo.

Per capire cosa significa in Basilicata bisogna partire dai numeri di sfondo. La regione ha circa 537.000 abitanti, meno di un decimo della Lombardia, e una delle densità più basse d'Italia. Il calo demografico qui non è un'ipotesi da rapporto statistico: è la ragione per cui ogni anno alcuni plessi scolastici chiudono o vengono accorpati.

In un territorio così, il tetto agli alunni stranieri per classe ha un effetto diverso da quello che produce in una periferia metropolitana. Nelle scuole dei piccoli comuni dell'entroterra, dove le classi sono già sotto il numero minimo, ogni iscritto conta per la sopravvivenza del plesso. Una norma pensata per limitare l'affollamento arriva in aule che spesso non sono affollate affatto.

Le fonti internazionali non indicano soglie numeriche precise né l'elenco delle scuole coinvolte, e su questo la prudenza è d'obbligo: il testo applicativo non è ancora noto. Quello che la copertura estera documenta è la cornice politica, non l'impatto locale, che andrà verificato quando le circolari arriveranno agli istituti.

C'è poi il capitolo dei veli integrali. In Basilicata la presenza di comunità musulmane è molto contenuta rispetto alle grandi città del Nord, e il dibattito pubblico regionale raramente ha affrontato il tema. La misura, pensata per contesti urbani ad alta immigrazione, arriva anche in una regione dove il fenomeno è marginale per dimensioni, ma non per principio giuridico: una norma nazionale si applica ovunque.

La Basilicata è stata per decenni terra di partenze, non di arrivi. L'emigrazione lucana verso il Nord e verso l'estero ha svuotato interi paesi dell'entroterra, e la memoria di quelle partenze è ancora viva nei racconti familiari. Questo rende il dibattito sull'integrazione scolastica un tema con una risonanza storica particolare, anche quando i numeri sono piccoli.

Il Guardian ha inquadrato la vicenda come un caso di retorica divisiva in chiave elettorale. The Local Italy, in un pezzo pubblicato lo stesso giorno, ha parlato di un decreto adottato dal gabinetto e destinato a limitare gli studenti con scarsa padronanza dell'italiano per classe. Le due testate non si contraddicono sui fatti, ma offrono letture opposte delle intenzioni.

Resta una questione pratica che le fonti estere sollevano senza risolverla: come si misura la "padronanza insufficiente" dell'italiano e chi la certifica. Il decreto affida la valutazione alle scuole, ma i criteri non sono ancora pubblici. Per un istituto di un comune di duemila abitanti, con un organico ridotto, l'onere amministrativo sarà proporzionalmente più pesante che in una grande città.

La Basilicata ha un rapporto consolidato con le politiche di coesione europee, che hanno finanziato scuole, trasporti e servizi nei comuni interni. Se il calo degli iscritti porterà a nuove chiusure, saranno proprio quei fondi a dover essere ripensati, perché una scuola chiusa è un servizio che non torna.

Il decreto dovrà ora passare al Parlamento. È lì che si capirà se il tetto resterà una norma generale o se verranno introdotte deroghe per i territori a bassa densità, dove il problema non è mai stato l'eccesso di alunni. Per una regione che si svuota, la differenza tra le due versioni è sostanziale.

La visita di Papa Leone XIV in Francia e lo scisma della Società San Pio X, di cui hanno scritto France 24 e il New York Times, occupano in questi giorni lo spazio del dibattito cattolico. Il decreto scolastico italiano, invece, parla di un'altra Italia: quella che discute di integrazione mentre conta i banchi vuoti.

La Basilicata osserva tutto questo da lontano e da vicino insieme. Da lontano, perché le grandi dinamiche migratorie si misurano altrove. Da vicino, perché ogni norma che tocca la scuola tocca direttamente la possibilità di tenere aperto un presidio in un paese che altrimenti scompare.

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