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TOSCANA

Il decreto sulle classi e il velo, e la Toscana che insegna italiano

Il governo limita gli alunni non italofoni e vieta burqa e niqab a scuola. Le critiche parlano di manovra elettorale. A Firenze e Prato la questione si misura sui banchi.

Costanza Bardi1,146 wordsEdition №128domenica 27 settembre 2026 — Edizione № 128

Il gabinetto della premier Giorgia Meloni ha adottato giovedì un decreto legge che vieta burqa e niqab nelle scuole e limita il numero di studenti con scarsa padronanza dell'italiano per classe. Lo hanno riferito la BBC, Deutsche Welle, il New York Times e The Local Italy, concordi nel datare la misura a metà della settimana appena trascorsa.

Meloni ha descritto le norme come 'strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrare', secondo quanto riporta la BBC. Il New York Times aggiunge la sua versione: l'obiettivo dichiarato è integrare meglio i bambini non italofoni, mentre i critici l'accusano di voler placare il sentimento anti-immigrazione.

Il Guardian è andato più avanti e ha raccolto l'accusa più dura: il governo starebbe intensificando la retorica divisiva per corteggiare gli elettori di estrema destra in vista delle elezioni generali del prossimo anno. È la lettura che domina la stampa anglosassone, e il quadro europeo la accompagna: The Local Italy osserva che i partiti radicali e di destra dura avanzano in tutto il continente, dalla Germania in giù.

Per la Toscana la notizia non è un titolo lontano. Firenze e Prato hanno alle spalle decenni di classi in cui l'italiano si imparava sul campo, con alunni di origine cinese, albanese, nordafricana e sudamericana seduti accanto a compagni toscani. È un modello di integrazione scolastica che il mondo ha guardato con interesse, e che ora deve fare i conti con un tetto fissato per legge.

La notizia è stata riportata in modo convergente da BBC, Deutsche Welle, New York Times e The Local Italy, che concordano sulla data e sul contenuto essenziale della misura.

Secondo la BBC, Meloni ha presentato le norme come 'strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrare'. Il New York Times, dal canto suo, riferisce che l'obiettivo dichiarato è una migliore integrazione dei bambini non italofoni, ma registra anche l'accusa dei critici: la misura servirebbe a placare il sentimento anti-immigrazione.

Il Guardian ha scelto un tono più aspro, sostenendo che il decreto dimostra come la premier tema di perdere gli elettori di estrema destra alle elezioni generali del prossimo anno. È una lettura politica che nessuna delle altre testate smentisce, ma che nessuna delle altre, va detto, formula con la stessa nettezza.

Il contesto europeo che The Local Italy delinea aiuta a capire perché la stampa estera legga la vicenda in chiave continentale: i partiti radicali e nazionalisti, dai successi regionali di Alternative für Deutschland in poi, stanno guadagnando terreno in diversi paesi. L'Italia, in questa mappa, viene collocata tra i laboratori della destra di governo.

Il decreto tocca due materie distinte, e conviene tenerle separate. La prima è l'abbigliamento: il divieto di burqa e niqab a scuola, così come lo riportano BBC e Deutsche Welle. La seconda è la composizione delle classi: un tetto al numero di alunni con padronanza dell'italiano insufficiente, che è la parte destinata a produrre effetti amministrativi concreti.

Su quest'ultimo punto la stampa internazionale non offre cifre precise, e La Veduta non ne aggiunge. Non è noto, dalle fonti estere, quale sia la soglia fissata né come verrà misurata la padronanza linguistica: sono dettagli che il decreto dovrà chiarire in fase di attuazione, e su cui le testate citate non si pronunciano.

Per la Toscana la questione ha una storia precisa. Firenze e Prato hanno conosciuto per decenni classi ad alta densità multilingue, con una presenza di alunni di origine cinese particolarmente radicata nel pratese. In quelle aule l'italiano è stato spesso insegnato con progetti di alfabetizzazione mirati, pensati proprio per chi arrivava senza parlare la lingua.

È un'esperienza che la stampa estera ha più volte descritto come un caso di integrazione scolastica riuscita, e che ora si trova a misurarsi con un limite fissato dall'alto. Il nodo, per le scuole toscane, non è ideologico ma pratico: che cosa accade a un istituto quando il numero di alunni non italofoni supera la soglia consentita.

Il tetto, se applicato rigidamente, può spingere le famiglie verso istituti diversi da quello di quartiere, con il rischio di concentrare gli studenti non italofoni in poche scuole. È uno degli effetti che i critici del decreto evocano, e che la stampa internazionale riporta come preoccupazione senza attribuirvi dati verificati.

C'è poi il capitolo del velo integrale. Il divieto riguarda la scuola, non lo spazio pubblico, e le fonti estere lo collocano dentro un pacchetto più ampio di misure sull'istruzione. La Toscana non ha una comunità significativa di donne che indossano burqa o niqab, e su questo punto la misura ha per la regione un impatto più simbolico che materiale.

Il simbolismo, però, conta. Il Guardian insiste sul fatto che il decreto arriva a ridosso di una scadenza elettorale, e questa lettura circola ormai in tutta la stampa anglosassone. Per una regione a vocazione turistica e con una forte immagine internazionale, il rischio è quello di un contraccolpo sull'immagine: l'Italia che vieta e limita, contrapposta all'Italia che accoglie e insegna.

La Toscana ha un interesse diretto in questa partita di reputazione. Il suo tessuto economico vive di visitatori stranieri, di studenti internazionali nelle università di Firenze, Siena e Pisa, di famiglie che scelgono le colline per una parte dell'anno. Una legislazione percepita come restrittiva entra in quel racconto, e il racconto, per il turismo, è una voce di bilancio.

Va detto con prudenza: nessuna delle testate citate collega il decreto a conseguenze sul turismo toscano, e La Veduta non inventa un nesso che le fonti non fanno. La connessione è un'ipotesi di lettura, non un fatto riportato, e come tale va trattata.

Resta il dato politico. Il decreto è stato adottato come legge, non come disegno di legge, il che secondo le fonti ne accelera il percorso. Le opposizioni e diverse organizzazioni scolastiche hanno annunciato critiche, ma la stampa estera non riferisce ancora di ricorsi o di un iter parlamentare di conversione.

Per le scuole toscane la domanda dei prossimi mesi sarà operativa. Dirigenti e insegnanti dovranno capire come si contano gli alunni non italofoni, chi valuta la padronanza linguistica e che cosa succede agli istituti che superano il limite. Sono le domande che il decreto lascia aperte e che la stampa internazionale, per ora, non scioglie.

Il paragone che la stampa europea propone è con altri paesi che hanno adottato misure simili sull'abbigliamento religioso a scuola. La Francia ha una lunga storia di divieti in materia, e il dibattito italiano viene spesso letto in quella scia. La differenza, notano le testate, è che qui il provvedimento si intreccia con un tetto sugli alunni stranieri, un elemento che altrove non compare.

Per Firenze e Prato, in definitiva, il decreto è insieme una notizia nazionale e una questione di banchi. Le classi multilingue che la città ha costruito in trent'anni di immigrazione sono il banco di prova su cui si misurerà, nei fatti, ciò che il governo ha annunciato come strumento di integrazione.

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