CULTURA
Il New York Times: la Cathy di Florence Pugh infastidisce i puristi di Steinbeck
La serie Netflix tratta da 'East of Eden' rende umana la villain del romanzo: il giornale americano racconta lo scontro tra fedeltà al testo e interpretazione
Eleonora Vanzetti760 wordsEdition №155lunedì 19 ottobre 2026 — Edizione № 155
Il New York Times ha recensito la serie Netflix tratta da East of Eden, il romanzo di John Steinbeck, soffermandosi sull'interpretazione di Florence Pugh nel ruolo di Cathy Ames. Secondo il giornale, la versione della regista e sceneggiatrice Zoe Kazan e dell'attrice ha infastidito i puristi di Steinbeck perché rende il personaggio riconoscibilmente umano.
La questione riguarda il modo in cui il romanzo americano viene adattato oggi, ma tocca anche un tema caro alla cultura italiana: il rapporto tra fedeltà al testo e libertà dell'interprete. Il New York Times lo pone in termini netti, descrivendo una villain che smette di essere un simbolo del male e diventa una persona con una storia.
Per la redazione Cultura il caso è interessante perché rovescia una gerarchia consueta. Di solito è la letteratura europea a essere adattata con reverenza; qui è un classico americano a essere riscritto attraverso lo sguardo di una regista e di un'attrice, e la critica americana discute apertamente se sia lecito.
Il giornale non prende posizione sul merito, ma registra il disagio dei lettori più ortodossi. È il tipo di dibattito che in Italia accompagna ogni trasposizione di un grande romanzo, e che la stampa estera osserva con un interesse che spesso manca a noi.
Il punto di partenza è il giudizio del New York Times: l'interpretazione sfumata di Zoe Kazan e Florence Pugh ha infastidito i puristi di Steinbeck, ma ha reso Cathy Ames un essere umano. È una formula che contiene già una tesi: la fedeltà letterale al romanzo non è necessariamente la misura giusta di un adattamento.
East of Eden è un testo che la cultura americana tratta con particolare reverenza. Il giornale lo dà per noto al lettore, e questo permette di capire perché il dibattito sia acceso: non si discute di una serie qualsiasi, ma di un romanzo che negli Stati Uniti ha lo statuto di classico scolastico e familiare.
La scelta di affidare il ruolo a Florence Pugh, e la regia di Zoe Kazan, spostano l'accento dalla trama al personaggio. Il New York Times descrive una Cathy che non è più solo il male in forma di donna, ma una figura con una psicologia riconoscibile. È un'operazione che il giornale registra senza condannarla.
Per chi lavora nella cultura in Italia il paragone è immediato. Ogni volta che un grande romanzo italiano arriva sullo schermo, la stampa nostrana si divide tra chi invoca il testo e chi difende la libertà della regia. La differenza è che qui il dibattito avviene su un classico americano, e a condurlo è la critica americana.
C'è poi un aspetto industriale che il telegrafo lascia intravedere. Netflix produce l'adattamento, e il New York Times lo recensisce come prodotto culturale destinato a un pubblico globale. La letteratura americana viaggia così, con un'infrastruttura che l'editoria italiana non possiede con la stessa forza.
Il giudizio sui puristi, però, non è solo una questione di gusto. Il giornale suggerisce che la difesa del testo nasconde spesso una resistenza al cambiamento del personaggio femminile. Rendere Cathy umana significa toglierle la funzione di simbolo e restituirle una storia, e questo è ciò che disturba.
La cultura italiana conosce bene questo tipo di resistenza. Le riscritture dei classici, in teatro come al cinema, suscitano reazioni simili, e la critica si divide tra chi misura la distanza dal testo e chi misura ciò che l'opera nuova aggiunge. Il caso americano offre un precedente utile per ragionarci.
Il New York Times non dice se la serie sia riuscita. Il suo articolo si limita a constatare l'effetto sul pubblico dei lettori, e questa prudenza è significativa: il giornale distingue tra la qualità dell'adattamento e la reazione che esso provoca, due cose che spesso vengono confuse.
Per la redazione Cultura la notizia ha un valore comparativo. Mostra che il dibattito sulla fedeltà non è un tratto italiano ma un riflesso internazionale, e che la stampa estera lo affronta con gli stessi strumenti con cui noi affrontiamo le trasposizioni dei nostri autori.
Resta una domanda che il telegrafo non risolve: che cosa resta di Steinbeck quando Cathy diventa umana. Il giornale lascia la questione aperta, e forse è il modo giusto di trattarla. L'adattamento non è un tradimento né una traduzione fedele: è una lettura, e come tale va giudicata.
Per il pubblico italiano che segue le serie in lingua originale o doppiata, il caso è anche un promemoria. I classici americani arrivano da noi attraverso lo stesso filtro con cui i nostri classici arrivano all'estero: la mediazione di una casa di produzione e lo sguardo di una critica che non è la nostra.
