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ECONOMIA

Inflazione sotto controllo, ma la crescita italiana resta ferma al palo

I dati BCE e Banca Mondiale delineano un'economia stabile ma senza slancio, mentre il cambio euro-dollaro si muove poco

Ufficio Economia659 wordsEdition113sabato 12 settembre 2026 — Edizione № 113

L'economia italiana procede a passo lento. Secondo i dati diffusi dalla Banca Mondiale e dalla Banca Centrale Europea, nel 2025 il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,54%, un ritmo che definire modesto è già generoso. Nello stesso periodo l'inflazione si è attestata all'1,53%, un livello che riporta i prezzi a una dinamica pre-pandemica e che, almeno sulla carta, allontana lo spettro del caro vita. La disoccupazione, al 6,39%, resta su valori che in altri grandi paesi europei sarebbero considerati fisiologici, ma che in Italia convivono con un tasso di attività tra i più bassi del continente.

Il quadro che emerge è quello di un paese che ha ritrovato la stabilità monetaria senza però aver imboccato la strada di una crescita robusta. La combinazione di inflazione contenuta e crescita quasi nulla implica che il PIL reale si muove appena, e che il recupero rispetto ai livelli pre-crisi è ancora incompleto. Per un lettore comune, questo significa che gli stipendi, in termini reali, difficilmente cresceranno in modo significativo: l'aumento dei prezzi è sotto controllo, ma le buste paga non corrono.

Sul fronte dei cambi, l'euro si mantiene stabile rispetto al dollaro, chiudendo l'11 settembre a 1,1592 dopo essere partito da 1,1534 circa un mese prima. Un movimento di mezzo punto percentuale in trenta giorni non segnala tensioni sui mercati valutari. La moneta unica si conferma forte anche verso lo yen, a 178,56, e stabile verso la sterlina, a 0,85815. Per le imprese esportatrici italiane, un euro forte non è una buona notizia: rende i prodotti più cari sui mercati extra-Ue, proprio in un momento in cui la domanda interna langue.

Il dato sul debito pubblico, fermo al 77,3% del PIL, merita una precisazione: si riferisce al 1992, un'epoca in cui l'Italia non aveva ancora aderito all'euro e il rapporto debito/PIL era su livelli molto inferiori a quelli odierni. Quel numero non descrive l'Italia di oggi, ma serve a ricordare quanto il percorso di consolidamento fiscale sia stato lungo e accidentato. Oggi il dibattito internazionale sull'Italia ruota ancora attorno alla sostenibilità del debito, e i mercati guardano con attenzione a ogni segnale di allentamento della disciplina di bilancio.

La stampa estera non manca di sottolineare come l'Italia resti un'economia a due velocità. Il divario tra Nord e Sud, la bassa natalità e l'emigrazione dei giovani sono fattori che pesano sulla crescita potenziale. Le recenti allerte meteo che hanno colpito il Nord, con temporali e inondazioni, ricordano che anche il cambiamento climatico ha un costo economico crescente, tra danni alle infrastrutture e spese di emergenza. E la tassa turistica, già in vigore in molte città italiane, è vista dai comuni come un piccolo ma utile strumento per finanziare i servizi in un contesto di risorse scarse.

Sul fronte del lavoro, il tasso di disoccupazione al 6,39% nasconde una realtà più complessa: il lavoro precario, il sommerso e la bassa partecipazione femminile restano problemi irrisolti. I dati aggregati non raccontano la qualità dell'occupazione, né le differenze territoriali. Per un giovane che cerca un impiego stabile, il mercato italiano offre ancora meno garanzie rispetto a molti vicini europei, e questo alimenta la fuga di cervelli verso il Nord Europa.

In questo scenario, la politica economica naviga a vista. La BCE ha mantenuto una posizione prudente, e i tassi di interesse non mostrano scossoni. Il governo italiano, dal canto suo, deve fare i conti con una crescita che non decolla e con una spesa pubblica sotto pressione. Le prossime settimane saranno decisive per capire se l'Italia riuscirà a sfruttare la stabilità dei prezzi per rilanciare gli investimenti, o se continuerà a galleggiare senza una vera strategia di sviluppo.

Per ora, i numeri dicono che l'Italia non è in crisi, ma non è nemmeno in ripresa. È un paese che tiene, con un'inflazione sotto controllo e un cambio stabile, ma che non riesce a crescere abbastanza da ridurre il debito e migliorare il tenore di vita. La sfida, come sempre, è trasformare la stabilità in opportunità.

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