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ECONOMIA

L'Italia cresce poco, ma i conti tengono: cosa dicono i numeri al mondo

Crescita allo 0,54%, inflazione all'1,53%, disoccupazione al 6,39%: il quadro 2025 tra debito, euro debole e bollette energetiche

Ufficio Economia741 wordsEdition119venerdì 18 settembre 2026 — Edizione № 119

L'economia italiana cresce, ma a un ritmo che non lascia spazio agli entusiasmi. Secondo i dati della Banca Mondiale, il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,54% nel 2025, un passo che colloca il Paese nella parte bassa della classifica europea. Non è una recessione, ma nemmeno una ripresa capace di ridurre in modo sensibile il peso del debito pubblico accumulato. Per un lettore comune significa una cosa semplice: l'occupazione tiene, i salari restano in equilibrio, ma le opportunità per i giovani non aumentano al ritmo necessario a trattenere i talenti in Italia.

L'inflazione all'1,53% è un dato che, visto da fuori, racconta una normalizzazione. Dopo anni di rincari energetici e alimentari, i prezzi al consumo crescono meno del reddito medio, e questo restituisce potere d'acquisto alle famiglie. Tuttavia, la copertura internazionale di questa settimana — in particolare il servizio di The Local Italy sui prezzi dell'elettricità — ricorda che l'Italia resta tra i Paesi europei con le bollette più care. Un'inflazione bassa non basta se la voce energia pesa più che altrove sul bilancio domestico, e i gruppi di consumatori avvertono di un'autunno con nuove impennate.

Sul fronte del lavoro, il tasso di disoccupazione al 6,39% è un valore che le istituzioni internazionali leggono come un segnale di tenuta. È un livello inferiore alla media storica degli ultimi decenni, ma nasconde differenze territoriali profonde: il divario tra Nord e Sud resta uno dei temi che la stampa estera continua a segnalare. Il dato aggregato, insomma, non racconta tutto. Per le regioni meridionali, un tasso nazionale sotto il 7% può convivere con tassi locali a doppia cifra, e questo spiega perché l'emigrazione giovanile non si arresti.

Il cambio è l'altro tassello che il mondo guarda con attenzione. Nelle ultime settimane l'euro si è indebolito sul dollaro, passando da 1,1605 del 19 agosto a 1,1481 del 17 settembre. Un euro più debole favorisce le esportazioni italiane — moda, meccanica, agroalimentare — rendendole più competitive sui mercati statunitensi e asiatici. Ma rende anche più care le importazioni di materie prime e componenti, con un effetto che si trasmette ai prezzi finali. È una medaglia a due facce che il governo osserva con attenzione, perché la bilancia commerciale italiana dipende in larga parte dalla capacità di vendere all'estero.

Il quadro fiscale resta il punto più delicato. Il dato storico del debito pubblico al 77,3% del PIL risale al 1992, un'epoca in cui l'Italia si preparava all'ingresso nell'euro e i tassi di interesse erano a due cifre. Oggi il rapporto è molto più alto, e la copertura internazionale continua a citare lo spread come termometro della fiducia dei mercati. La decisione annunciata dal governo di abolire dal 2027 la tassa automobilistica per circa il 70% dei veicoli — riportata da The Local Italy — va letta in questa cornice: alleggerire il carico su famiglie e imprese, ma con un costo per le casse pubbliche che dovrà essere compensato altrove.

La scelta di eliminare il bollo auto per la maggior parte dei proprietari è, secondo la stampa estera, un segnale di attenzione al ceto medio e alle aree interne, dove l'auto è spesso l'unico mezzo di trasporto. Ma solleva una domanda che gli economisti pongono da mesi: come si finanzia il taglio? Le alternative possibili sono una revisione delle agevolazioni esistenti, una maggiore efficienza nella riscossione o un ricorso al debito. Nessuna di queste strade è indolore, e il mondo finanziario lo sa. Per questo il percorso della manovra sarà seguito con attenzione dai corrispondenti esteri a Roma.

Un ultimo elemento merita attenzione: il commercio internazionale. L'Unione europea discute nuove alleanze commerciali — il primo ministro canadese Mark Carney ha proposto a Bruxelles una 'nuova alleanza' — e l'Italia, con la sua vocazione esportatrice, ha interesse a che questi negoziati si traducano in accordi concreti. L'euro debole aiuta, ma non basta se i mercati di sbocco si chiudono o se le catene di fornitura si frammentano. Per un Paese che vende all'estero più di quanto importi, la politica commerciale europea è politica industriale.

In sintesi, i numeri di oggi raccontano un'Italia che evita il peggio ma non accelera. Crescita modesta, inflazione sotto controllo, disoccupazione in calo ma con forti squilibri territoriali, debito elevato e un euro che offre un vantaggio competitivo temporaneo. Le decisioni delle prossime settimane — dalla manovra di bilancio alla politica energetica — diranno se questo equilibrio fragile potrà trasformarsi in qualcosa di più solido. Il mondo, come sempre, guarda e prende nota.

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