ECONOMIA
L'inflazione frena, ma il caro-carburanti riapre il cantiere europeo
Prezzi dell'energia ai massimi spingono Bruxelles verso una tassa sugli extraprofitti, mentre l'Italia cresce poco e il debito resta il vincolo
Ufficio Economia728 wordsEdition №123martedì 22 settembre 2026 — Edizione № 123
L'economia italiana si presenta a fine settembre con un quadro a due velocità. Da un lato i dati macroeconomici indicano una crescita del PIL dello 0,54% per il 2025, un'inflazione all'1,53% e una disoccupazione al 6,39%. Sono numeri che, letti insieme, raccontano un paese che non affonda ma non decolla: la crescita è inferiore a quella dei principali partner europei, il mercato del lavoro tiene ma non assorbe i giovani che continuano a emigrare, e il carovita è sotto controllo solo perché l'energia non ha ancora trasmesso del tutto i rincari agli altri beni.
Il vero nodo, però, non è il dato di ieri ma quello di domani. Questa settimana il Guardian ha riferito che i governi europei discutono una tassa sugli extraprofitti a livello comunitario per le compagnie energetiche, mentre i prezzi di carburanti e gas restano vicini ai massimi storici. Per l'Italia, che dipende dalle importazioni per la quasi totalità del fabbisogno energetico, una misura del genere avrebbe un doppio effetto: da un lato alleggerirebbe la pressione sulle famiglie e sulle imprese, dall'altro riaprirebbe il tema della sovranità fiscale e della redistribuzione, con il rischio di ritorsioni sui mercati finanziari.
Il contesto internazionale non aiuta. Il cambio EUR/USD è sceso da 1,1699 del 21 agosto a 1,149 del 21 settembre, un deprezzamento di circa due centesimi in un mese. Un euro più debole rende più care le importazioni di energia e materie prime, proprio mentre l'inflazione sembrava sotto controllo. È un fattore che i mercati guardano con attenzione, perché erode il potere d'acquisto delle famiglie e complica la vita alla BCE, che deve decidere se e quando muovere i tassi. Sul fronte del debito pubblico, il dato della Banca Mondiale si ferma al 77,3% del PIL nel 1992: un valore che oggi appare lontano, ma che ricorda quanto il peso del debito sia una costante storica del paese, non un'emergenza di questo decennio.
La copertura internazionale di questa settimana offre anche altri spunti. The Local Italy ha riferito che il trasporto pubblico di Roma è tra i più economici d'Europa, ma la rete non è priva di problemi, e che scioperi dei trasporti locali colpiranno tre regioni. Sono segnali di un'economia dei servizi che funziona a due marce: accessibile per i residenti, fragile per i pendolari e per chi lavora nel settore. Allo stesso tempo, l'UE propone nuove regole per il riconoscimento delle qualifiche dei cittadini extra-UE, un tema che interessa direttamente l'Italia, dove la carenza di manodopera qualificata in settori chiave resta un freno alla crescita.
C'è poi il capitolo della spesa pubblica e della tassazione. Il bollo auto sarà abolito per la maggior parte delle auto nel 2027, una misura che alleggerirà le famiglie ma ridurrà le entrate regionali. In un paese dove il debito pubblico è storicamente elevato e la pressione fiscale è alta, ogni taglio va compensato altrove. La domanda che i mercati si pongono è se il governo intenda finanziare la misura con maggiori entrate — magari proprio da una tassa sugli extraprofitti energetici — o con nuovo debito. La risposta non è ancora scritta.
Per un lettore comune, tutto questo si traduce in due cose concrete: la bolletta dell'energia e il costo del denaro. Se l'inflazione resta bassa, la BCE potrebbe non alzare i tassi, e i mutui a tasso variabile non subirebbero nuove impennate. Ma se il prezzo del gas e del petrolio dovesse risalire per effetto delle tensioni in Medio Oriente, l'inflazione potrebbe tornare a salire e con essa i tassi. In quel caso, la crescita dello 0,54% diventerebbe ancora più fragile, e la disoccupazione al 6,39% rischierebbe di risalire, soprattutto tra i giovani e nelle regioni del Sud, dove il divario con il Nord resta ampio.
La partita, quindi, non si gioca solo a Roma o a Bruxelles. Si gioca nei porti dove arrivano le navi di gas liquefatto, nelle sale contrattazioni dove si formano i prezzi del greggio, e nelle cancellerie europee dove si decide se tassare gli extraprofitti o lasciare che il mercato aggiusti i prezzi. L'Italia, con il suo debito e la sua dipendenza energetica, ha poco margine di manovra. Ma ha anche un vantaggio: un'inflazione sotto controllo e un mercato del lavoro che, pur con tutti i suoi limiti, non è in crisi. Il punto è se queste condizioni basteranno a proteggere l'economia da uno shock esterno che, questa settimana, sembra più vicino.
