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ECONOMIA

Inflazione sotto controllo, ma l'euro debole e il caro carburante pesano sulle famiglie

I dati BCE e Banca Mondiale delineano un quadro di bassa crescita e disoccupazione in calo, mentre Bruxelles discute una tassa sugli extraprofitti energetici.

Ufficio Economia718 wordsEdition124mercoledì 23 settembre 2026 — Edizione № 124

L'economia italiana si presenta all'autunno con un profilo dimesso ma non allarmante. Secondo i dati della Banca Mondiale, il prodotto interno lordo è cresciuto nel 2025 dello 0,54%, un ritmo che definire stentato è probabilmente generoso. L'inflazione, all'1,53%, è ormai vicina all'obiettivo della Banca Centrale Europea, e il tasso di disoccupazione al 6,39% segna uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni. Sono numeri che raccontano un paese uscito dall'emergenza ma incapace di accelerare.

Il dato sulla disoccupazione merita però una lettura più attenta di quanto suggerisca la superficie. Un tasso al 6,39% in un paese con una popolazione in invecchiamento e una partecipazione femminile al lavoro storicamente bassa non significa piena occupazione: significa che molte persone in età lavorativa sono uscite dal mercato del lavoro o non vi sono mai entrate. La bassa disoccupazione, in questo contesto, è anche il riflesso di una forza lavoro che si restringe.

Sul fronte dei prezzi, l'inflazione all'1,53% è una buona notizia per i salari reali, che finalmente recuperano potere d'acquisto dopo anni di erosione. Ma la copertura internazionale di questa settimana segnala un rischio concreto: i prezzi di carburanti e gas sono vicini ai massimi storici in tutta l'Unione europea, spinti dalle tensioni in Medio Oriente. Il Guardian ha riferito che i governi europei discutono l'introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, con il ministro tedesco che accusa le aziende di sfruttare la situazione. Per l'Italia, importatrice netta di energia, ogni aumento del greggio si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo e ai costi delle imprese.

Il cambio è l'altro fronte caldo. L'euro si è indebolito da 1,1664 dollari del 24 agosto a 1,1463 del 22 settembre, una perdita di circa l'1,7% in un mese. Un euro più debole rende più care le importazioni — energia in testa — e complica la vita a chi acquista materie prime in dollari. Nello stesso periodo, l'euro si è attestato a 0,9393 franchi svizzeri, 0,8578 sterline, 7,6803 yuan e 180,17 yen. Il quadro valutario non è drammatico, ma segnala che il differenziale di crescita e di politica monetaria con gli Stati Uniti non si è chiuso.

La debolezza dell'euro ha anche un effetto compensativo: rende più competitivi i prodotti italiani sui mercati extra-europei. Moda, design, meccanica di precisione e agroalimentare — i settori che il mondo identifica con l'Italia — beneficiano di un cambio favorevole. La Settimana della Moda di Milano, in corso in questi giorni, è un promemoria del peso che il soft power italiano esercita sull'economia reale: secondo il Guardian, la sfilata Prada ha catalizzato l'attenzione internazionale, confermando Milano come uno dei pochi centri globali del settore.

Resta il nodo del debito pubblico, che i dati della Banca Mondiale collocano al 77,29% del PIL nel 1992 — un'era in cui l'Italia non aveva ancora adottato l'euro e i tassi di interesse erano a due cifre. Quel numero, oggi, è storicamente superato: il debito italiano ha da tempo superato il 130% del PIL, e la sua sostenibilità dipende dalla capacità di mantenere bassi i costi di finanziamento. Con la BCE che ha normalizzato la politica monetaria, ogni punto base di spread in più si traduce in miliardi di interessi aggiuntivi. È il vincolo che condiziona ogni scelta di bilancio, indipendentemente dal colore del governo.

Per il lettore comune, il quadro si traduce in poche indicazioni pratiche. I mutui a tasso variabile restano esposti a eventuali rialzi; le bollette energetiche potrebbero risentire delle tensioni internazionali; il posto di lavoro, per chi ce l'ha, è più stabile che in passato, ma le prospettive di carriera restano incerte. La crescita dello 0,54% non genera entrate fiscali sufficienti a ridurre il debito né a finanziare nuovi investimenti. È un'economia che galleggia, e che affida le sue speranze ai fondi europei e alla capacità di attrarre capitali esteri.

Nei prossimi mesi, due variabili determineranno la traiettoria: l'andamento dei prezzi energetici, che dipende da fattori geopolitici fuori dal controllo di Roma, e la domanda europea, che resta debole. Se il petrolio scenderà e l'euro si stabilizzerà, l'Italia potrà chiudere l'anno con una crescita marginalmente migliore delle attese. Se invece le tensioni in Medio Oriente si protrarranno, l'inflazione potrebbe risalire e con essa le pressioni su salari e consumi. La bassa crescita non è una condanna, ma nemmeno una condizione con cui convivere a lungo senza conseguenze.

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