ECONOMIA
La crescita italiana vista dal mondo: numeri modesti e un malcontento che pesa
PIL a +0,54%, inflazione all'1,53% e disoccupazione al 6,39%: i dati del 2025 raccontano un'economia che avanza piano, mentre le proteste mettono in luce le crepe sociali.
Ufficio Economia641 wordsEdition №163martedì 27 ottobre 2026 — Edizione № 163
L'economia italiana chiude il 2025 con una crescita del prodotto interno lordo dello 0,54 per cento, secondo i dati della Banca Mondiale. È un ritmo modesto, appena sufficiente a evitare la stagnazione, e inferiore alla media dell'area euro. Per un lettore comune significa che l'Italia cresce, ma lentamente: le opportunità di lavoro aumentano con prudenza e i salari reali faticano a recuperare il potere d'acquisto perduto negli anni dell'inflazione.
L'inflazione, nello stesso periodo, si attesta all'1,53 per cento. È un dato sotto controllo, ben lontano dai picchi del 2022-2023, ma va letto insieme alla crescita dei prezzi alimentari ed energetici, che continuano a pesare sui bilanci delle famiglie meno abbienti. La disoccupazione al 6,39 per cento è tra le più basse degli ultimi decenni, ma nasconde un tasso di occupazione ancora inferiore alla media europea e una forte disparità tra Nord e Sud del Paese.
Il quadro che emerge dai numeri è quello di un'economia che ha superato l'emergenza ma non ha ritrovato lo slancio. La copertura internazionale di questa settimana offre un contraltare politico: le proteste contro il costo della vita, raccontate da testate come il Guardian, France 24 e il New York Times, mostrano che la percezione del disagio è più acuta di quanto le medie nazionali suggeriscano. Le manifestazioni, che hanno visto scendere in piazza soprattutto giovani, segnalano che la ripresa non è avvertita da tutti.
Il debito pubblico, che nel 1992 superava il 77 per cento del PIL, resta oggi su livelli molto più elevati, anche se i dati forniti non aggiornano la cifra. La sostenibilità del debito dipende dalla capacità di crescita: con un PIL che avanza a mezzo punto percentuale, il margine per ridurre il rapporto debito/PIL è ridotto. Le agenzie di rating e le istituzioni internazionali continuano a monitorare la traiettoria fiscale italiana, e la stampa estera ne dà conto con regolarità.
Sul fronte dei cambi, l'euro si è indebolito rispetto al dollaro nelle ultime settimane, passando da 1,1403 del 25 settembre a 1,1188 del 26 ottobre. Un euro più debole favorisce le esportazioni italiane, rendendo i prodotti più competitivi sui mercati extra-UE, ma rende più costose le importazioni di materie prime ed energia. Per un'economia manifatturiera come quella italiana, l'effetto netto dipende dalla bilancia commerciale: finora il saldo è positivo, ma la volatilità dei cambi introduce incertezza per le imprese.
La forza dell'euro rispetto allo yen (176,15) e la stabilità nei confronti di franco svizzero e sterlina riflettono una dinamica globale di rafforzamento del dollaro, legata alle aspettative sui tassi della Federal Reserve. La Banca centrale europea, dal canto suo, mantiene una politica prudente, con tassi che restano restrittivi ma senza ulteriori rialzi. Per le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti, il cambio favorevole è un'opportunità, ma la domanda americana potrebbe rallentare nel 2027.
Il legame tra i numeri e le strade è il filo che la copertura internazionale mette in evidenza. Le proteste di Milano e Roma, con le loro richieste di salari più alti e servizi pubblici migliori, non sono solo una questione di ordine pubblico: segnalano che la crescita dello 0,54 per cento non si traduce in un miglioramento diffuso. La disoccupazione al 6,39 per cento, pur bassa, convive con un alto numero di giovani né occupati né in formazione, e con una disuguaglianza territoriale che le medie nazionali non catturano.
Per il governo italiano, il compito è duplice: sostenere la crescita con investimenti e riforme, e affrontare il malcontento sociale prima che si trasformi in instabilità politica. La stampa estera, dal Guardian a Euronews, osserva che l'Italia è un laboratorio europeo di questa tensione tra resilienza economica e fragilità sociale. I dati di oggi non offrono scorciatoie: la ripresa è lenta, l'inflazione è sotto controllo ma i prezzi restano alti, e il lavoro c'è ma non basta. È un'economia che galleggia, e il mondo la guarda con attenzione.
