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ECONOMIA

Crescita frenata, Po in secca e auto cinesi: l'estate che mette alla prova l'economia italiana

Con il PIL 2025 allo 0,5%, tre pressioni esterne convergono in agosto: siccità al Nord, dazi sulle elettriche e tensioni Schengen.

Ufficio Economia685 wordsEdition81mercoledì 12 agosto 2026 — Edizione № 81

I numeri di partenza sono sobri. La crescita del PIL italiano nel 2025 si è fermata allo 0,54 per cento, l'inflazione è scesa all'1,53 per cento e la disoccupazione si attesta al 6,39 per cento: cifre che descrivono un'economia stabile ma priva di slancio, in cui la domanda interna non è abbastanza robusta da assorbire le turbolenze che arrivano dall'esterno. Agosto 2026 ne offre tre in contemporanea.

La prima è ambientale. Euronews ha riferito martedì che il fiume Po è sceso a livelli storicamente bassi nei pressi di Pavia, con ampie distese di letto fluviale ormai asciutte durante la quarta ondata di caldo dell'estate. Il Po è la spina dorsale dell'agricoltura padana: irriga la pianura che produce la quota più consistente del valore aggiunto agricolo nazionale. Una siccità prolungata si traduce in raccolti ridotti, costi di pompaggio più alti e, nei casi estremi, interruzioni alla produzione industriale che dipende dall'acqua di raffreddamento. L'impatto non è immediato sui conti pubblici, ma pesa sui margini delle imprese del settore primario e dell'agroalimentare, uno dei comparti che la stampa internazionale cita regolarmente come punto di forza dell'export italiano.

La seconda pressione viene dal mercato dell'auto. Il Guardian ha segnalato domenica che le vendite di veicoli elettrici cinesi in Europa hanno raggiunto un nuovo massimo storico, con l'Italia indicata tra i mercati in cui la crescita degli acquirenti è stata più marcata. Le auto cinesi rappresentano ora il 14 per cento del mercato europeo del segmento elettrico, secondo il quotidiano britannico. Per l'Italia il dato è ambivalente: i consumatori accedono a veicoli a prezzi più contenuti, ma i produttori della filiera automotive del Nord — componentistica, in particolare — subiscono una pressione competitiva crescente proprio mentre la transizione elettrica richiede investimenti ingenti. Il dibattito europeo sui dazi, che il Guardian descrive come sotto esame, non è ancora risolto e lascia le imprese in un regime di incertezza.

La terza variabile è commerciale e politica insieme. La disputa tra Italia e Spagna sui controlli alle frontiere interne Schengen — scoppiata dopo l'afflusso di circa 78.000 migranti nell'enclave spagnola di Ceuta a fine luglio, come hanno ricostruito BBC, France 24 e Deutsche Welle — ha un costo economico concreto, anche se temporaneo. I controlli rallentano il transito di merci e persone tra due dei principali partner commerciali dell'Italia nell'eurozona. La Commissione europea ha definito le restrizioni temporanee e ha escluso effetti duraturi su Schengen, ma ogni giorno di attrito aggiuntivo ai valichi ha un prezzo per i vettori stradali e per il turismo di fine stagione.

Sul fronte valutario, i dati disponibili mostrano che l'euro si è apprezzato nei confronti del dollaro nel corso dell'ultimo mese: da 1,1424 del 13 luglio a 1,154 dell'11 agosto. Un euro più forte alleggerisce il costo delle importazioni energetiche — ancora denominate in dollari — ma comprime i margini degli esportatori italiani sui mercati extraeuropei, in particolare negli Stati Uniti. Nei confronti dello yen l'euro quota 183,72, mentre il cambio con il franco svizzero rimane sotto la parità a 0,9351, segnale che i mercati continuano ad attribuire al franco una funzione di riserva di valore in fasi di incertezza.

Sullo sfondo rimane la questione strutturale che la stampa internazionale richiama con regolarità quando analizza l'Italia: una crescita potenziale bassa, un debito pubblico elevato e una demografia in contrazione che riduce la base produttiva nel lungo periodo. Con un'inflazione sotto il due per cento, il costo reale del debito è contenuto nell'immediato, ma la combinazione di bassa crescita e invecchiamento della popolazione rende difficile immaginare una riduzione significativa del rapporto debito/PIL senza riforme strutturali che restano, per ora, al centro del dibattito europeo più che di decisioni concrete.

Il quadro che emerge da questo agosto non è catastrofico, ma è quello di un'economia che non dispone di margini ampi per assorbire shock simultanei. La siccità al Nord, la concorrenza cinese nell'auto e le frizioni commerciali con Madrid non sono crisi isolate: sono tre segnali che arrivano insieme in una stagione in cui la capacità di risposta del sistema-paese è ridotta dal rallentamento della crescita e dall'assenza di una politica fiscale espansiva compatibile con i vincoli europei.

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