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ECONOMIA

Crescita frenata, giovani in piazza: l'Italia vista dai mercati e dalle strade

Con il PIL al +0,5% e l'inflazione sotto controllo, il vero nodo resta la fiducia delle nuove generazioni.

Ufficio Economia536 wordsEdition №172giovedì 5 novembre 2026 — Edizione № 172

L'economia italiana entra in novembre con un profilo che la stampa internazionale definirebbe di 'calma precaria': la crescita del PIL per il 2025 si attesta intorno allo 0,54%, l'inflazione scende all'1,53% e la disoccupazione si ferma al 6,4%. Sono numeri che, presi singolarmente, non allarmano. Messi insieme, descrivono un'economia che avanza a passo lento, senza slancio sufficiente a ridurre i divari strutturali che i commentatori stranieri segnalano da anni.

Sul fronte valutario, l'euro ha chiuso mercoledì a 1,1267 dollari, sostanzialmente invariato rispetto al livello di un mese fa — 1,1269 il 6 ottobre. La stabilità del cambio EUR/USD in questo arco di trenta giorni suggerisce che i mercati non vedono né un catalizzatore positivo né un rischio immediato per l'area euro. Nei confronti dello yen, l'euro vale 178,3 unità; nei confronti del franco svizzero, 0,9188 — un livello che riflette la persistente forza del franco come valuta rifugio in un contesto geopolitico incerto.

È in questo quadro che France 24 ha documentato, nei giorni scorsi, le proteste della Generazione Z diffuse in Italia, Francia, Germania, Belgio, Portogallo e Spagna. I ricercatori citati dall'emittente francese identificano tre preoccupazioni condivise: il costo della vita, l'accesso all'abitazione e l'incertezza occupazionale. Per l'Italia, il dato sulla disoccupazione al 6,4% è il più basso da molti anni, ma nasconde una distribuzione ineguale: i giovani e il Mezzogiorno restano le aree di maggiore fragilità, come ricorda periodicamente la Banca Mondiale nelle sue analisi sul mercato del lavoro italiano.

The Local Italy ha poi riportato, nella sua rassegna di mercoledì, che l'Unione Europea sta 'monitorando da vicino' la questione del tetto agli alunni stranieri nelle scuole italiane. La notizia ha un risvolto economico diretto: la composizione demografica delle classi riflette i flussi migratori che, in un paese con una delle natalità più basse d'Europa e una popolazione di circa 59 milioni in progressivo invecchiamento, rappresentano una delle poche variabili in grado di sostenere la forza lavoro nel medio periodo.

Sul fronte del debito, i dati disponibili — che risalgono al 1992 e mostrano un rapporto debito/PIL al 77,3% in quell'anno — ricordano quanto il percorso di accumulo del debito pubblico italiano sia lungo. Oggi quel rapporto è strutturalmente più elevato, e Deutsche Welle ha sollevato questa settimana una domanda che riguarda direttamente Roma: il boom dell'intelligenza artificiale, con le grandi aziende tecnologiche statunitensi che emettono miliardi in obbligazioni, rischia di competere con i titoli di Stato europei sui mercati del credito, spingendo verso l'alto i rendimenti e quindi il costo del rifinanziamento del debito pubblico. Per un paese con un debito elevato, ogni punto base in più sui rendimenti si traduce in miliardi di euro di oneri aggiuntivi nel tempo.

Il quadro complessivo che emerge dalla copertura internazionale di questa settimana è quello di un'economia che ha raggiunto una certa stabilità nominale — inflazione bassa, cambio stabile, disoccupazione in calo — ma che non riesce a trasformare quella stabilità in crescita percepita dai cittadini più giovani. Le proteste documentate da France 24 non sono un fenomeno di piazza passeggero: i ricercatori le leggono come il segnale che la distanza tra i dati aggregati e l'esperienza quotidiana delle nuove generazioni si è fatta troppo ampia per essere ignorata dalle politiche economiche nazionali ed europee.

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