ECONOMIA
L'Italia solida davanti ai conti, fragile dentro l'Europa
Crescita modesta e inflazione bassa, ma la disputa su Schengen rischia di pesare su commercio ed energia.
Ufficio Economia661 wordsEdition №62venerdì 31 luglio 2026 — Edizione № 62
I dati che arrivano da Francoforte e da Washington descrivono un'Italia che nel 2025 ha chiuso l'anno con una crescita del prodotto interno lordo allo 0,54 per cento. È un ritmo lento, inferiore a quello delle principali economie dell'area euro, ma non recessivo. L'inflazione all'1,53 per cento è sotto l'obiettivo della Banca centrale europea, un sollievo per i consumatori e un segnale che il potere d'acquisto, almeno sul piano dei prezzi, non è sotto assedio.
La disoccupazione al 6,39 per cento è ai minimi storici per l'Italia, ma il dato nazionale nasconde le distanze interne: il mondo della produzione, soprattutto nel Nord-Est, assorbe manodopera, mentre il Mezzogiorno continua a registrare tassi molto più alti. Per il lettore comune, il numero vuol dire che trovare lavoro è più facile di dieci anni fa, ma spesso con contratti brevi e salari che crescono meno della produttività.
Il quadro dei cambi, aggiornato a ieri, mostra un euro che si è rafforzato contro il dollaro, passato da 1,1383 il primo luglio a 1,1476 il 30 luglio. Per chi importa materie prime pagate in dollari, come petrolio e gas, un euro più forte riduce il costo in termini domestici. Per gli esportatori, invece, un dollaro più debole rende i prodotti italiani più cari sul mercato statunitense, proprio mentre le imprese cercano di diversificare oltre l'Europa.
È in questo contesto di equilibrio precario che si inserisce la tensione politica raccontata oggi dalla stampa internazionale. Secondo France 24 e Politico Europe, il governo italiano sta valutando la sospensione dell'accordo di Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria a Ceuta, dove Madrid ha annunciato l'uso dell'esercito. La premier Giorgia Meloni, citata da Politico Europe, ha parlato di "misure straordinarie" per difendere i confini. La posta in gioco non è solo politica: Schengen è il mercato unico, e un confine interno chiuso colpisce camion, merci e lavoratori frontalieri.
Per l'economia italiana, una rottura con la Spagna avrebbe costi immediati. La Spagna è uno dei principali partner commerciali dell'Italia: si contano decine di miliardi di euro di scambi bilaterali l'anno, con un interscambio che include macchinari, automotive, agroalimentare e componentistica. Una sospensione dei controlli alla frontiera, anche solo parziale, significherebbe code ai valichi, ritardi nelle consegne e un aumento dei costi logistici per le imprese. Le esportazioni italiane, già sotto pressione per un euro forte, vedrebbero un ostacolo aggiuntivo.
C'è poi il capitolo energia. L'Italia importa una quota rilevante del proprio gas via gasdotto dal Nord Africa, ma dipende dai rigassificatori spagnoli per parte del GNL. Secondo la copertura di The Local Italy, l'ente energetico Eni ha registrato profitti in forte crescita nel secondo trimestre 2026 grazie al rialzo del petrolio. Ma se la crisi diplomatica si allargasse, la sicurezza energetica italiana potrebbe diventare un tema di negoziato, non solo un fatto tecnico. Il governo di Roma, che ha cercato in questi anni di trasformare il Paese in un hub energetico mediterraneo, rischia di indebolire proprio quella posizione.
Il debito pubblico, al 77,3 per cento del PIL nel 1992, è il numero che gli osservatori stranieri citano sempre per spiegare la fragilità italiana. Oggi il rapporto è più alto, e i mercati guardano con attenzione alla traiettoria fiscale. Ma il punto nuovo è un altro: la disputa con la Spagna mostra che l'Italia è pronta a mettere in discussione i pilastri dell'integrazione europea per ragioni di sovranità. Per gli investitori esteri, che leggono la stabilità italiana attraverso la credibilità europea, è un segnale che non passa inosservato.
La sfida, per il governo, è duplice. Da un lato, rassicurare i mercati che le misure straordinarie non toccheranno il commercio. Dall'altro, gestire una base politica che chiede azioni decise sui flussi migratori. L'esperienza degli ultimi anni, raccontata dai corrispondenti esteri a Roma, dice che ogni crisi di questo tipo finisce per avere un prezzo economico: prima nei titoli di Stato, poi negli ordinativi delle imprese. L'auspicio, scrive la stampa internazionale, è che la mediazione europea prevalga prima che il costo diventi permanente.
