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ECONOMIA

Un euro più debole non basta a rilanciare una crescita fragile

Il cambio EUR/USD scende a 1,1206 in un mese, mentre PIL e inflazione restano sotto le medie storiche e la disoccupazione cala.

Ufficio Economia732 wordsEdition №140sabato 10 ottobre 2026 — Edizione № 140

Il cambio dell'euro con il dollaro è sceso da 1,1616 del 10 settembre a 1,1206 del 9 ottobre, un movimento di circa il 3,5% in un mese. Nella stessa giornata la moneta unica valeva 0,9313 franchi svizzeri, 0,84763 sterline, 177,34 yen e 7,4992 yuan. Per un'economia come quella italiana, che esporta soprattutto verso l'Unione europea ma ha una quota rilevante di vendite verso Stati Uniti e Asia, il deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro e allo yuan rende i prodotti italiani più competitivi in quei mercati. È un effetto meccanico, non una politica: la BCE non fissa un obiettivo di cambio, e il movimento riflette soprattutto le aspettative degli investitori sui tassi americani ed europei.

I dati di crescita non offrono però una sponda altrettanto netta. Il PIL italiano è cresciuto dello 0,54% nel 2025, un ritmo che, come hanno ripetuto le istituzioni internazionali, resta inferiore alla media dell'area euro e non consente di ridurre rapidamente il rapporto tra debito pubblico e prodotto. L'inflazione all'1,53% è vicina all'obiettivo della BCE ma segnala una domanda interna debole: i prezzi rallentano non perché l'economia sia in salute, ma perché consumi e investimenti restano cauti. Il tasso di disoccupazione al 6,39% è il dato più incoraggiante del quadro, ma va letto insieme al calo demografico e alla bassa partecipazione femminile, che rendono il mercato del lavoro meno solido di quanto il numero suggerisca.

Il debito pubblico è il vincolo che condiziona ogni altra scelta. Il dato della Banca Mondiale si ferma al 77,29% del PIL nel 1992, un valore che oggi appare lontano: da allora il rapporto è più che raddoppiato, e la copertura internazionale insiste proprio su questo punto, ricordando che l'Italia resta tra i paesi avanzati con il debito più alto in rapporto al prodotto. Un cambio più favorevole aiuta le esportazioni, ma non modifica il fatto che ogni punto di crescita in più o in meno si traduce in decine di miliardi di differenza nel percorso di riduzione del debito.

La copertura estera di questa settimana offre un'istantanea di come il mondo guarda all'economia italiana. Il furto di 30.000 bottiglie nella cantina Marchesi Antinori in Toscana, riportato da BBC, Guardian, France 24, New York Times e CBS, è stato descritto come il più grande furto di vino mai avvenuto in Italia, con un valore stimato intorno ai 5 milioni di euro. Al di là del fatto di cronaca, la vicenda richiama l'attenzione su un settore, quello vitivinicolo, che vale una quota significativa dell'export agroalimentare italiano e che proprio sui mercati extra-europei, Stati Uniti in testa, trova i suoi margini migliori.

Sul fronte industriale, il processo che si aprirà il mese prossimo in Piemonte contro due ex dirigenti di uno stabilimento accusati di disastro ambientale involontario per la contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, noto come caso delle 'sostanze chimiche eterne', segnala quanto la transizione ambientale stia diventando un fattore di rischio economico oltre che giudiziario. Le imprese coinvolte in vicende di questo tipo affrontano costi di bonifica, contenziosi e danni reputazionali che pesano sui bilanci e sulla capacità di attrarre investimenti. È un tema che la stampa internazionale segue con attenzione, e che in Italia riguarda aree industriali storicamente importanti come il Piemonte.

Il quadro politico aggiunge un elemento di incertezza. L'approvazione della riforma elettorale, riportata dalla BBC e da altri media esteri, è stata accompagnata dalle proteste dell'opposizione, che contesta il premio di maggioranza previsto per chi supera il 42% dei voti. Per gli investitori, le riforme istituzionali contano soprattutto nella misura in cui incidono sulla stabilità dei governi e sulla capacità di portare avanti programmi di bilancio pluriennali. Una maggiore stabilità è generalmente vista con favore, ma solo se non si traduce in un allentamento della disciplina fiscale: il mercato dei titoli di Stato resta sensibile a qualsiasi segnale in questa direzione.

Un ultimo dato merita attenzione. Secondo un rapporto citato da The Local Italy, l'Italia resta una delle destinazioni preferite in Europa dai milionari che trasferiscono la residenza fiscale, nonostante l'aumento del 50% della flat tax per i nuovi residenti. È un segnale che la competitività fiscale del paese, per una fascia molto ristretta di contribuenti, non dipende solo dall'aliquota ma anche dalla qualità della vita, dalla stabilità e dai servizi. Per il resto della popolazione, però, il tema resta un altro: un'economia che cresce poco, un debito alto e una demografia che invecchia. Il cambio favorevole è un'occasione, non una soluzione.

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