ESTERI
EES, un anno dopo: aeroporti e compagnie chiedono di rivederlo
Le associazioni europee denunciano attese fino a cinque ore ai valichi Schengen. In Italia il sistema è attivo a Fiumicino e negli altri scali maggiori
Adriana Sole812 wordsEdition №146mercoledì 14 ottobre 2026 — Edizione № 146
A un anno dall'entrata in funzione del sistema di ingressi e uscite dell'Unione europea, l'associazione che rappresenta gli aeroporti e le compagnie aeree europee ha chiesto alle autorità di Bruxelles di ripensare il meccanismo. The Local Italy riferisce che le attese ai valichi di frontiera esterni Schengen hanno raggiunto in alcuni casi le cinque ore.
Le sigle di settore definiscono i ritardi 'inaccettabili' e chiedono misure per alleviare la congestione. Il sistema EES sostituisce il timbro sul passaporto con una registrazione biometrica dei viaggiatori non UE in ingresso e in uscita dallo spazio Schengen.
L'Italia è tra i paesi in cui il sistema è operativo negli scali principali, a partire da Fiumicino. Per un paese che dipende dal turismo internazionale, la fluidità dei controlli è una voce economica, non solo procedurale.
La richiesta delle associazioni arriva mentre la Commissione europea non ha ancora annunciato un piano di correzione. Secondo The Local Italy, il comparto chiede un intervento prima della prossima stagione di punta.
Il sistema di ingressi e uscite, noto con l'acronimo EES, è entrato in funzione un anno fa. Sostituisce il timbro manuale sul passaporto con una registrazione digitale dei dati biometrici dei viaggiatori extra UE che attraversano una frontiera esterna dello spazio Schengen. L'obiettivo dichiarato è duplice: rendere più difficili i soggiorni irregolari oltre il termine consentito e velocizzare i controlli nel lungo periodo.
Il lungo periodo, secondo le associazioni di aeroporti e compagnie aeree, non è ancora arrivato. The Local Italy riporta che i ritardi si sono accumulati ai valichi esterni, con punte di cinque ore in alcuni scali. Le sigle di settore hanno chiesto formalmente alle autorità europee di agire per ridurre la congestione, definendo la situazione 'inaccettabile'.
La questione non riguarda solo i viaggiatori in arrivo da fuori Europa. Il sistema ricade anche sui residenti non UE che vivono in Italia e che devono registrare gli spostamenti, e sugli europei che rientrano da paesi terzi. Ogni passaggio richiede una procedura aggiuntiva che, in assenza di personale sufficiente, rallenta l'intera fila.
Per l'Italia il nodo è particolarmente sensibile. Il paese è tra le principali destinazioni turistiche mondiali e i suoi scali maggiori — Fiumicino in testa, ma anche Malpensa e Venezia — concentrano flussi stagionali molto alti. Un'estate con controlli lenti si traduce in coincidenze perse, reclami e, per il comparto, in una voce di costo diretto.
Il confronto con il caso britannico è utile per capire la scala del problema. Dopo la Brexit, il Regno Unito ha dovuto riorganizzare i propri controlli di frontiera e ha sperimentato ritardi analoghi nei primi mesi di applicazione delle nuove regole. Le compagnie aeree britanniche hanno poi chiesto e ottenuto aggiustamenti progressivi, con periodi di transizione più lunghi del previsto.
La richiesta delle associazioni europee segue una logica simile. Non si chiede l'abrogazione del sistema, ma una sua revisione operativa: più personale nei periodi di picco, corsie dedicate ai residenti, tempi di transizione più lunghi per gli scali che non hanno ancora completato l'installazione dei dispositivi. È la stessa impostazione che il comparto aveva chiesto prima dell'entrata in vigore, senza ottenerla.
Il tema si intreccia con il dibattito più ampio sulla gestione delle frontiere europee. L'EES è il primo tassello di un pacchetto più ampio che comprende anche il sistema ETIAS, l'autorizzazione elettronica di viaggio per i visitatori esenti da visto, la cui entrata in funzione è stata più volte rinviata. Le due misure sono pensate per funzionare insieme e i ritardi dell'una incidono sull'altra.
Per la redazione Estero, la vicenda è un caso di studio su come l'Unione europea gestisce l'attuazione delle proprie politiche comuni. La decisione è presa a Bruxelles, l'attuazione è nazionale, le conseguenze ricadono su operatori privati e viaggiatori. Quando i tre livelli non si allineano, il costo politico si scarica sul paese che ha il maggior numero di frontiere esterne o il maggior flusso turistico.
L'Italia si trova in entrambe le condizioni. Ha frontiere esterne terrestri e marittime, una lunga costa mediterranea e alcuni degli aeroporti più trafficati d'Europa. È anche il paese che, nella geografia delle rotte migratorie, registra il maggior numero di arrivi via mare: un dato che rende i controlli di frontiera una questione politica oltre che tecnica.
Le associazioni di settore non hanno indicato una scadenza precisa per la loro richiesta. The Local Italy riferisce che il pressing è in corso e che le autorità europee non hanno ancora risposto pubblicamente. Il comparto chiede che l'intervento arrivi prima della prossima stagione di punta, per evitare che i ritardi si ripetano con gli stessi numeri.
C'è poi il capitolo dei costi. Le compagnie aeree sostengono di aver già sostenuto spese per adeguare i propri sistemi informativi e per formare il personale di terra. Gli aeroporti hanno installato chioschi e cabine biometriche. Se il sistema continua a produrre code, l'investimento privato non produce il beneficio promesso, e il contenzioso con le autorità diventa probabile.
La partita, in sostanza, si gioca su due piani. Sul piano tecnico, si tratta di capire se l'EES è sottodimensionato rispetto ai flussi reali o se il problema è di personale e organizzazione. Sul piano politico, si tratta di stabilire chi paga il costo di un sistema deciso a Bruxelles ma applicato alle frontiere nazionali. La risposta arriverà, ma non prima della prossima stagione.
