OPINION
Bonino, e la distanza che il mondo ha misurato
La Redazione384 wordsEdition №116martedì 15 settembre 2026 — Edizione № 116
Alla notizia della morte di Emma Bonino, a 78 anni, le testate straniere hanno scelto quasi tutte la stessa chiave. Il Guardian l'ha definita la politica radicale che ha guidato le campagne per legalizzare aborto e divorzio contro le obiezioni del Vaticano. Il New York Times ha scritto che in quasi cinque decenni di attività ha esercitato un'influenza sproporzionata sul discorso italiano, contribuendo a erodere il potere politico della Chiesa cattolica. France 24 ha ricordato che salì alla ribalta negli anni Settanta come leader di quelle campagne, in un'Italia fortemente cattolica. Nessuna di queste righe è imprecisa. Tutte, però, raccontano l'Italia attraverso un solo asse.
Quell'asse è il conflitto con la Santa Sede. È comprensibile: per un lettore di Londra o di New York la vicenda italiana si lascia spiegare meglio se la si riduce a una laicità che avanza contro una Chiesa che arretra. È una cornice comoda, e ha il pregio di essere vera almeno in parte. Ma una carriera di cinque decenni non si esaurisce in una controversia, per quanto fondativa. Bonino è stata anche ministro degli Esteri e commissario europeo: due incarichi che appartengono alla storia istituzionale del paese e dell'Unione, non soltanto a quella dei diritti civili.
C'è poi una questione di misura. La copertura estera tende a presentare le battaglie italiane sui diritti come vittorie ottenute malgrado il paese, quasi che la società civile fosse un corpo estraneo alla nazione che la ospita. Chi vive qui sa che le cose stanno diversamente: le riforme passano perché una parte larga del paese le chiede, e il contrasto con il Vaticano è un capitolo di quella richiesta, non il suo motore unico. Il corrispondente straniero vede il conflitto perché il conflitto è visibile; la negoziazione silenziosa che lo accompagna lo è molto meno.
Resta il fatto che il mondo, questa settimana, ha guardato l'Italia e vi ha riconosciuto una donna che ha spostato il confine di ciò che era dicibile. È un riconoscimento giusto, e va registrato senza sconti. La nostra sola riserva riguarda il metodo: quando una vita viene ridotta a una sola tesi, si perde il resto — il lavoro sulle istituzioni europee, la competenza tecnica, la pazienza delle sconfitte. Un paese raccontato a distanza rischia sempre di somigliare a un titolo. Bonino meritava qualche riga in più.
