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CULTURA

Es Devlin porta Homo Faber in laguna: Venezia come atlante dell'artigianato

Il New York Times racconta la Biennale che riunisce 500 artigiani: ogni maestro è un'isola di talento

Eleonora Vanzetti539 wordsEdition №127sabato 26 settembre 2026 — Edizione № 127

Venezia torna a essere, per la stampa internazionale, il luogo dove il fare umano viene esposto come una forma d'arte. Secondo il New York Times, la designer britannica Es Devlin ha curato Homo Faber, la Biennale dell'artigianato che si tiene in laguna e che riunisce le opere di circa cinquecento artigiani, ciascuno descritto dal giornale come «un'isola di talento».

Il quotidiano americano insiste sulla cifra scenica del progetto: Devlin, nota per le regie di grandi eventi e per le scenografie di concerti e cerimonie, applica alla mostra la stessa logica dello spettacolo, mettendo in luce il gesto manuale invece di nasconderlo.

Per la nostra redazione, che legge l'Italia culturale attraverso i giornali stranieri, la notizia ha un doppio significato. Da un lato conferma Venezia come capitale della messa in scena internazionale; dall'altro sposta l'attenzione dalla vetrina del turismo di massa al lavoro che quella vetrina spesso oscura.

Il New York Times non entra nel merito delle singole opere né indica cifre di visitatori. Si limita a registrare il gesto curatoriale: una Biennale che, invece di celebrare il singolo genio, prova a tenere insieme una costellazione di mestieri.

La scelta di una curatrice esterna al mondo dell'artigianato non è neutra. Il New York Times la presenta come una traduzione: portare il linguaggio del mestiere dentro il vocabolario dell'arte contemporanea, dove il pubblico internazionale lo sa leggere.

Homo Faber non è un caso isolato. La fondazione che organizza l'evento lavora da anni a una mappatura dei mestieri d'arte europei, e la laguna funziona da vetrina perché è già un museo diffuso: fabbri, vetrai, liutai, tessitori e restauratori convivono con i cantieri navali e le chiese.

Per la redazione Cultura de La Veduta, che segue l'Italia come la raccontano i giornali stranieri, la notizia ha un doppio significato.

È la stessa tensione che il Guardian e altre testate descrivono da anni parlando della città: un centro storico svuotato dai residenti e riempito di visitatori, dove però restano botteghe che producono oggetti e non soltanto souvenir.

Questo approccio ha una conseguenza pratica per il settore. Se l'artigianato entra nel circuito delle biennali e delle grandi mostre internazionali, entra anche nel mercato del collezionismo e del design, con prezzi e committenti che cambiano.

La stampa straniera tende a leggere l'Italia artigiana come un patrimonio in via di estinzione, minacciato dalla concorrenza industriale e dalla mancanza di ricambio generazionale. Homo Faber, nella lettura del New York Times, è una risposta a quella diagnosi.

Resta aperta la domanda che il giornale non scioglie: quanto di questo modello sopravvive fuori dalla laguna. Le scuole d'arte e i mestieri che la mostra celebra hanno sede in molte regioni, e la loro sopravvivenza dipende da politiche che una biennale non può garantire.

Per i lettori italiani, abituati a considerare l'artigianato una questione locale, la copertura americana offre una prospettiva diversa: il mestiere come soft power, come argomento diplomatico e culturale che l'Italia esporta insieme al cibo e alla moda.

Nelle prossime settimane si capirà se la mostra lascerà un'eredità concreta — cataloghi, commissioni, scambi tra botteghe e istituzioni straniere — o se resterà un episodio ben recensito. Il New York Times, per ora, si limita a registrare che la laguna è diventata, per qualche settimana, un atlante del fare.

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