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ECONOMIA

L'euro arretra, la crescita non decolla: l'Italia nel mezzo

Il cambio EUR/USD scende di quasi un centesimo in trenta giorni mentre il PIL 2024 si ferma sotto l'uno per cento.

Ufficio Economia566 wordsEdition9lunedì 8 giugno 2026 — Edizione № 9

Nelle quattro settimane conclusesi il 5 giugno, l'euro ha perso circa 1,2 centesimi sul dollaro, scivolando da 1,1761 a 1,1640. Non è un crollo, ma è un movimento che vale la pena leggere: un euro più debole rende le esportazioni italiane — macchinari, moda, agroalimentare — leggermente più competitive sui mercati in dollari, ma alza il costo delle importazioni di energia, che l'Italia paga in larga parte in valuta estera. Per un paese che importa quasi tutto il gas naturale di cui ha bisogno, ogni centesimo conta.

Il contesto in cui avviene questo scivolamento è un'economia che nel 2024 è cresciuta dello 0,69 per cento. È un numero che, detto così, suona quasi neutro; in realtà significa che l'Italia ha espanso il proprio prodotto interno lordo di meno di tre quarti di punto percentuale in un anno intero, in un periodo in cui l'eurozona nel suo insieme ha fatto meglio. La distanza rispetto ai partner del Nord Europa non si è chiusa.

L'inflazione al 2024 si è attestata allo 0,98 per cento — sotto l'obiettivo del due per cento della BCE, e ben al di sotto dei picchi del 2022-2023. Per le famiglie italiane questo significa che i prezzi al consumo sono tornati a muoversi lentamente, il che alleggerisce la pressione sui redditi reali. Il rischio opposto, però, è che un'inflazione troppo bassa segnali domanda interna debole: le imprese non alzano i prezzi perché i consumatori non spendono abbastanza.

Sul mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione nel 2025 si colloca al 6,39 per cento. È un dato storicamente contenuto per l'Italia, che negli anni della crisi del debito sovrano aveva superato il dodici per cento. Tuttavia le statistiche aggregate nascondono divari profondi: la disoccupazione giovanile e quella nelle regioni meridionali restano strutturalmente più alte, e una quota significativa di lavoratori è occupata in forme precarie o part-time involontario che non compaiono in questo numero.

Sul fronte valutario, vale notare che l'euro si trova oggi a 0,9175 franchi svizzeri — sotto la parità. Questo riflette la forza persistente del franco come valuta rifugio, ma ha conseguenze concrete per le imprese italiane che operano con la Svizzera, primo o secondo partner commerciale di molte regioni del Nord. Il cambio con lo yuan cinese, a 7,8752, e quello con la sterlina, a 0,8643, segnalano invece una relativa stabilità nei corridoi commerciali con Pechino e Londra.

Il nodo strutturale che la stampa internazionale richiama con maggiore frequenza quando analizza l'Italia rimane il debito pubblico. I dati della Banca Mondiale disponibili in questa serie risalgono al 1992, quando il rapporto debito/PIL era al 77,3 per cento — una soglia che oggi appare quasi nostalgica, dato che il debito italiano ha da allora superato abbondantemente il 130 per cento del prodotto. Questo peso condiziona ogni scelta di bilancio: ogni punto di crescita in meno, ogni rialzo dei tassi, si traduce in interessi più alti da pagare e in meno spazio per investimenti pubblici.

In questo quadro, la direzione del cambio euro-dollaro nelle prossime settimane sarà uno degli indicatori da seguire con più attenzione. Se la BCE mantenesse i tassi fermi mentre la Federal Reserve americana li aggiustasse in senso espansivo, la pressione al ribasso sull'euro potrebbe continuare. Per l'Italia — che esporta molto ma dipende dalle importazioni energetiche — si tratta di un equilibrio delicato, in cui il vantaggio competitivo sui mercati esteri rischia di essere eroso dall'aumento della bolletta energetica.

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