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ECONOMIA

L'euro guadagna terreno sul dollaro, ma la crescita italiana resta frenata

Il cambio EUR/USD sale a 1,1596 in agosto, mentre il PIL italiano cresce di appena mezzo punto nel 2025.

Ufficio Economia544 wordsEdition101martedì 1 settembre 2026 — Edizione № 101

Nel mese di agosto il tasso di cambio tra euro e dollaro statunitense è salito da 1,1485 a 1,1596, un movimento di circa un punto percentuale che, pur non essendo brusco, va nella direzione che i mercati internazionali leggono come rafforzamento della moneta comune. Per l'Italia, paese che importa quasi tutto il proprio fabbisogno di gas naturale e petrolio in dollari, ogni centesimo guadagnato sull'euro riduce in misura diretta il costo delle bollette energetiche per famiglie e imprese.

Il contesto in cui questo apprezzamento avviene è però tutt'altro che brillante. I dati della Banca Mondiale indicano per il 2025 una crescita del prodotto interno lordo italiano dello 0,54 per cento: una cifra che, tradotta in termini concreti, significa che l'economia produce appena più di quanto produceva l'anno prima, senza margini apprezzabili per ridurre la disoccupazione strutturale o finanziare investimenti pubblici rilevanti.

La disoccupazione si attesta al 6,39 per cento, un valore che in assoluto può sembrare contenuto, ma che nasconde squilibri geografici profondi — il divario tra Nord e Sud che la stampa internazionale segnala con regolarità — e una quota consistente di giovani che abbandonano il paese in cerca di mercati del lavoro più dinamici. L'inflazione al 1,53 per cento rimane invece ben al di sotto dell'obiettivo del due per cento fissato dalla Banca Centrale Europea, il che significa che la pressione sui prezzi non è oggi il problema principale delle famiglie italiane.

Sul fronte dei cambi, vale la pena leggere anche gli altri rapporti forniti dalla BCE. L'euro vale 185,22 yen giapponesi e 7,79 yuan cinesi: due valute di paesi con cui l'Italia intrattiene scambi commerciali significativi, rispettivamente nel settore della componentistica e in quello dei beni di consumo. Un euro forte rende le esportazioni italiane — macchinari, moda, agroalimentare — leggermente più care per i compratori asiatici, un fattore che le associazioni di categoria europee monitorano con attenzione.

Il rapporto EUR/CHF a 0,9376 merita una nota a parte. Il franco svizzero continua a valere più dell'euro, una condizione che riflette la tradizionale funzione di bene rifugio della valuta elvetica. Per le imprese italiane che operano lungo la frontiera nord — dalla Valle d'Aosta al Friuli — e per i molti lavoratori frontalieri che percepiscono stipendi in franchi, questo differenziale ha effetti concreti sul potere d'acquisto quotidiano.

Il quadro complessivo che emerge dai dati disponibili è quello di un'economia in equilibrio precario: l'inflazione bassa protegge i redditi reali, ma la crescita insufficiente non genera le entrate fiscali necessarie a ridurre un debito pubblico che rimane tra i più elevati dell'Unione europea in rapporto al prodotto interno lordo. La BCE, con i suoi strumenti di politica monetaria, può influenzare il costo del denaro e il valore dell'euro, ma non può sostituire le riforme strutturali che gli osservatori internazionali — dal Fondo Monetario Internazionale alla Commissione europea — indicano da anni come condizione necessaria per una crescita più robusta.

A settembre, con la ripresa delle attività parlamentari e l'avvio della stagione di bilancio, il governo italiano dovrà presentare le proprie stime di crescita e le misure fiscali per il 2027. Sarà in quella sede che si vedrà se le proiezioni interne si avvicineranno alle valutazioni prudenti degli istituti internazionali, o se tornerà la consueta distanza tra le previsioni ufficiali e quelle degli analisti esteri.

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