ECONOMIA
L'euro sale, la crescita resta al passo
Il cambio EUR/USD tocca 1,1699, ma il PIL italiano del 2025 si ferma allo 0,54%: due velocità che non si incontrano.
Ufficio Economia644 wordsEdition №92domenica 23 agosto 2026 — Edizione № 92
Nelle ultime quattro settimane l'euro ha percorso una distanza apprezzabile rispetto al dollaro americano: dai dati BCE disponibili, il cambio è passato da 1,1377 del 24 luglio a 1,1699 del 21 agosto 2026, un movimento di circa tre centesimi in un mese. Per chi compra materie prime quotate in dollari — petrolio, metalli, granaglie — un euro più forte abbassa il costo in valuta europea. Per chi esporta verso il mercato americano, invece, lo stesso spostamento rende i prodotti italiani leggermente più cari agli occhi dell'acquirente statunitense.
Il punto è che questo doppio effetto non si annulla da solo: dipende dalla struttura di ogni settore. La manifattura italiana — meccanica, moda, agroalimentare — vende molto negli Stati Uniti e in Asia. Contro lo yen il cambio si attesta a 185,66, contro la sterlina a 0,8567, contro lo yuan a 7,8624. Nessuna di queste parità segnala uno squilibrio acuto, ma l'insieme disegna un euro che pesa, e un'industria esportatrice che deve fare i conti con margini già compressi.
A rendere il quadro più stringente è la crescita del PIL: secondo i dati disponibili, l'Italia ha chiuso il 2025 con un'espansione dello 0,54 per cento. È un numero che dice poco di per sé; dice molto se lo si confronta con il costo del servizio del debito pubblico, con la necessità di finanziare la transizione energetica e con le aspettative di chi cerca lavoro. Una crescita sotto l'uno per cento non genera abbastanza gettito fiscale per ridurre il peso del debito in modo strutturale, e non assorbe con sufficiente rapidità la disoccupazione.
La disoccupazione si colloca al 6,39 per cento nel 2025, un livello storicamente contenuto per gli standard italiani degli ultimi vent'anni. Ma questo dato aggregato nasconde divari geografici profondi — tra Nord e Sud — e generazionali, con i giovani e le donne che continuano a registrare tassi di inattività ben superiori alla media. Un mercato del lavoro che appare stabile in superficie può nascondere una partecipazione debole, e la partecipazione debole è uno dei freni strutturali alla crescita.
L'inflazione al 1,53 per cento nel 2025 è, in questo contesto, una notizia ambivalente. Da un lato, il potere d'acquisto delle famiglie non viene eroso come negli anni 2022-2023; dall'altro, un'inflazione così bassa può riflettere una domanda interna fiacca più che una stabilità virtuosa. Se i consumi non tirano, i prezzi non salgono: è un segnale da leggere con cautela, non da celebrare.
Il New York Times ha pubblicato questa settimana un profilo del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando che il governo italiano si avvicina a diventare il più longevo del dopoguerra. La stabilità politica è una variabile che i mercati internazionali osservano: uno spread contenuto e un governo che dura riducono il premio di rischio che gli investitori esigono per acquistare titoli di Stato italiani. Ma la stabilità politica non sostituisce le riforme strutturali; al più crea le condizioni perché vengano avviate.
Sullo sfondo, il Guardian ha dedicato un lungo articolo al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, ripercorrendo duemila anni di proposte rimaste sulla carta e registrando le proteste dei residenti locali. Dal punto di vista economico, la questione è semplice: un'infrastruttura di quella portata richiederebbe investimenti pubblici e privati enormi, con tempi di ritorno incerti e un dibattito aperto sui benefici reali per la Sicilia e per il Mezzogiorno. La copertura internazionale tratta il progetto più come un simbolo delle ambizioni italiane che come un cantiere imminente.
Il quadro che emerge dalla lettura congiunta dei dati e della stampa estera è quello di un paese che ha trovato una certa stabilità nominale — inflazione bassa, disoccupazione in calo, governo che regge — ma che cresce troppo lentamente per affrontare i nodi strutturali: il peso del debito, il divario territoriale, l'invecchiamento della popolazione. Un euro forte può aiutare a importare stabilità dei prezzi, ma non può sostituire la crescita della produttività.
