ECONOMIA
L'euro guadagna terreno sul dollaro, ma la crescita italiana resta frenata
Il cambio EUR/USD ha toccato 1,1643 il 28 agosto, mentre il PIL 2025 si è fermato allo 0,54%.
Ufficio Economia639 wordsEdition №99domenica 30 agosto 2026 — Edizione № 99
Nel mese di agosto l'euro ha recuperato circa un punto e mezzo percentuale sul dollaro americano: dai 1,1485 registrati il 31 luglio si è portato a 1,1643 il 28 agosto, secondo i dati di cambio della BCE. Un movimento contenuto in termini assoluti, ma significativo perché si consolida in un periodo in cui i mercati valutari tendono a essere sottili e i movimenti amplificati da volumi ridotti. Per un'economia come quella italiana, che esporta macchinari, prodotti chimici e beni di consumo verso mercati denominati in dollari, un euro più caro significa ricavi in valuta estera che valgono meno una volta convertiti.
Sul fronte interno, i dati della Banca Mondiale fotografano un'economia che nel 2025 è cresciuta dello 0,54% in termini reali. È una cifra che non descrive una recessione, ma nemmeno una ripresa robusta: si colloca ben al di sotto della media dell'eurozona e riflette una domanda interna debole, investimenti pubblici ancora condizionati dai vincoli di bilancio e una produttività industriale che fatica a recuperare i livelli pre-pandemia. Per un lavoratore o una piccola impresa, significa che la torta da dividere cresce, ma di poco.
L'inflazione al 1,53% nel 2025 è la notizia strutturalmente più positiva del quadro. Dopo due anni in cui i prezzi avevano eroso il potere d'acquisto delle famiglie, il rientro verso l'obiettivo del 2% fissato dalla BCE segnala che la stretta monetaria ha prodotto i suoi effetti. Un'inflazione bassa, però, è anche il riflesso di una domanda che non tira: i prezzi non salgono perché i consumatori non spendono con la stessa intensità del 2022-2023.
Il mercato del lavoro offre un segnale in controtendenza: la disoccupazione al 6,39% nel 2025 è tra i valori più bassi registrati in Italia negli ultimi decenni. Tuttavia, questo dato va letto con cautela. Una parte della riduzione della disoccupazione riflette l'uscita di lavoratori scoraggiati dalla forza lavoro — un fenomeno legato al declino demografico che la stampa internazionale segnala con regolarità — e non solo la creazione di nuovi posti. L'Italia ha una popolazione di circa 59 milioni di persone in costante invecchiamento, e il numero di giovani che emigrano verso Germania, Regno Unito e Svizzera rimane strutturalmente elevato.
Sul fronte valutario, vale la pena osservare anche il cambio EUR/CHF, fermo a 0,9364. Un euro che vale meno di un franco svizzero è la norma da anni, ma il dato ricorda quanto il mercato consideri la valuta elvetica un porto sicuro rispetto all'area euro. Per le imprese italiane che operano con fornitori o clienti svizzeri — e la catena dell'arco alpino è fitta di questi rapporti — il differenziale di cambio è un costo permanente da gestire.
In questo contesto si inserisce la notizia segnalata questa settimana da Euronews: Mario Draghi ha avviato il cosiddetto Rhine Group, un'iniziativa che punta a riformare la governance economica europea. Draghi, già presidente della BCE e già presidente del Consiglio italiano, è la figura che il dibattito internazionale associa più di ogni altra alla stabilizzazione dell'eurozona. Che un italiano guidi questo tentativo di riforma dice qualcosa sulla posizione dell'Italia nel dibattito europeo: centrale nella diagnosi dei problemi — debito, competitività, investimenti — ma spesso marginale nelle decisioni operative.
Con il Parlamento italiano che riaprirà a settembre, il governo dovrà presentare la legge di bilancio per il 2027 in un quadro che non lascia molto spazio di manovra: crescita bassa, spazio fiscale limitato dai parametri europei, e una spesa per interessi sul debito pubblico che assorbe risorse che potrebbero andare a investimenti produttivi. The Local Italy ha elencato questa settimana alcune delle sfide che attendono Roma a settembre; tra queste, la manovra finanziaria è quella con le implicazioni economiche più dirette per famiglie e imprese. I numeri di oggi dicono che il margine per scelte espansive è stretto, e che la ripresa, se arriverà, dovrà venire più dalla domanda estera che da quella interna.
