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ECONOMIA

L'euro sale, ma la crescita italiana resta al passo

Il cambio EUR/USD tocca 1,1699, mentre il PIL 2025 segna appena +0,5%: due velocità che pesano sull'export.

Ufficio Economia451 wordsEdition93lunedì 24 agosto 2026 — Edizione № 93

Nel mese trascorso tra il 24 luglio e il 21 agosto 2026, l'euro ha guadagnato oltre tre centesimi sul dollaro, passando da 1,1377 a 1,1699. Per chi compra beni europei dall'estero, l'Italia è diventata più cara; per chi esporta dall'Italia, i margini si assottigliano. È un movimento che i mercati valutari registrano in silenzio, ma le cui conseguenze arrivano nelle fabbriche e nei porti.

A rendere il quadro più delicato è la crescita del PIL italiano stimata per il 2025: +0,54%, una cifra che colloca l'economia italiana tra le più lente dell'eurozona. Non si tratta di recessione, ma di un'espansione così contenuta da lasciare poco spazio di manovra se la domanda estera dovesse indebolirsi ulteriormente per effetto del cambio sfavorevole.

L'inflazione al 1,53% nel 2025 è, in apparenza, una buona notizia: i prezzi crescono poco, il potere d'acquisto delle famiglie non viene eroso come negli anni precedenti. Tuttavia, un'inflazione così bassa, abbinata a una crescita quasi piatta, segnala un'economia che fatica a generare domanda interna sufficiente. La BCE osserva questo scenario con attenzione, consapevole che tassi troppo alti potrebbero soffocare ulteriormente paesi come l'Italia.

Sul fronte del lavoro, la disoccupazione al 6,39% nel 2025 rappresenta uno dei valori più bassi registrati nell'Italia recente. Il dato è reale, ma va letto con cautela: una parte della riduzione riflette l'uscita dal mercato di lavoratori scoraggiati e il peso strutturale del lavoro precario, fenomeni che le statistiche aggregate tendono a sottostimare.

Sei paesi dell'Unione europea — secondo quanto riferito da AFP e ripreso da The Local Italy — hanno scritto una lettera comune chiedendo una tassa straordinaria sugli utili delle compagnie energetiche, in un momento in cui i profitti del settore restano elevati per effetto delle tensioni in Medio Oriente. Per l'Italia, grande importatrice di energia, la proposta ha una doppia valenza: potrebbe generare entrate da redistribuire, ma apre anche un confronto politico interno su chi debba sostenere il costo della transizione.

Il cambio EUR/CHF a 0,9353 — con il franco svizzero che vale più dell'euro — ricorda quanto la moneta elvetica resti un rifugio nei momenti di incertezza. Il dato EUR/JPY a 185,66 riflette invece la debolezza persistente dello yen, che favorisce le esportazioni giapponesi a scapito dei concorrenti europei su mercati terzi. Sono asimmetrie che non compaiono nei titoli, ma che le imprese italiane orientate all'export conoscono bene.

Il nodo di fondo resta quello che la stampa internazionale descrive da anni: un'economia con fondamentali del lavoro in miglioramento e inflazione sotto controllo, ma con una crescita strutturalmente bassa che rende ogni shock esterno — un cambio sfavorevole, un rincaro energetico, una frenata della domanda tedesca — più difficile da assorbire. L'estate 2026 non ha cambiato questa geometria; l'ha semplicemente resa più visibile.

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