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CULTURA

I femminielli di Napoli nelle fotografie di Roman Manfredi, visti dal Guardian

Il fotografo ha ritratto persone che vivono fuori dalle aspettative binarie di genere: il Guardian pubblica la galleria

Eleonora Vanzetti683 wordsEdition №141domenica 11 ottobre 2026 — Edizione № 141

Il Guardian ha pubblicato una galleria fotografica di Roman Manfredi dedicata ai femminielli napoletani, con un titolo che cita direttamente il fotografo: "Ero attratto dai femminielli". Il lavoro, secondo la presentazione del giornale britannico, raccoglie ritratti intimi di persone che vivono al di fuori delle aspettative binarie di genere, scattati nelle strade di Napoli.

La parola "femminielli" è un termine napoletano di lunga tradizione, che indica persone nate maschi che assumono ruoli e identità di genere femminili, spesso all'interno di contesti popolari e religiosi della città. Il Guardian non entra nel merito storico del termine, ma la scelta di pubblicare la galleria con quel titolo — senza virgolette esplicative — suggerisce che il pubblico internazionale è considerato ormai familiare con la parola, o almeno con il fenomeno che descrive.

Per la nostra redazione, che si occupa di cultura e non di cronaca, il valore del lavoro di Manfredi sta nel metodo: il fotografo non documenta una comunità dall'esterno, ma costruisce ritratti negoziati, in cui le persone fotografate partecipano alla costruzione della propria immagine. Il Guardian presenta la galleria come un progetto di ritrattistica, non come un reportage sociale, e questa distinzione è importante.

Il contesto in cui il Guardian colloca il lavoro è quello della fotografia d'autore europea, non del fotogiornalismo. La didascalia del giornale parla di "ritratti intimi", e la scelta lessicale indica un registro vicino alla ritrattistica di studio più che alla documentazione di strada. Questo non significa che le fotografie siano state scattate in studio: significa che il giornale le legge come opere, non come prove.

Napoli ha una storia particolare in questo campo. La città è da decenni uno dei luoghi più fotografati d'Italia, spesso attraverso uno sguardo esterno che privilegia il pittoresco e la marginalità. Il lavoro di Manfredi, per come lo presenta il Guardian, sembra rovesciare questo schema: non c'è voyeurismo, ma collaborazione. È una differenza che conta, e che riguarda direttamente il modo in cui la fotografia italiana viene letta all'estero.

La pubblicazione sul Guardian ha anche una funzione di mercato. Le gallerie fotografiche dei grandi giornali anglosassoni sono diventate, negli ultimi anni, uno dei principali canali di visibilità per i fotografi europei che lavorano su temi identitari. Un progetto come quello di Manfredi, pubblicato su un quotidiano britannico, entra in un circuito internazionale che comprende festival, premi e mostre, e che difficilmente passa per le istituzioni culturali italiane.

Questo è un tema che riguarda la nostra regione. Il sistema culturale italiano — musei, fondazioni, festival — ha spesso difficoltà a valorizzare la fotografia contemporanea, che trova all'estero spazi e riconoscimenti maggiori. Il caso di Manfredi non è isolato: diversi fotografi italiani hanno costruito la propria reputazione attraverso pubblicazioni e mostre internazionali prima di essere riconosciuti in patria, e il Guardian è uno dei canali più frequentati di questo percorso.

Il giornale britannico non fornisce dettagli sul luogo esatto degli scatti né sulle persone ritratte, e non cita dichiarazioni oltre a quella del titolo. La galleria resta un oggetto visivo, e la sua forza sta nella sequenza delle immagini più che nel testo che le accompagna. Per il lettore italiano, la domanda interessante è un'altra: cosa vede il pubblico straniero quando guarda Napoli attraverso queste fotografie?

La risposta, per quanto si può dedurre dalla presentazione del Guardian, è che vede una città in cui le norme di genere sono più fluide di quanto il discorso pubblico italiano ammetta. Non è una novità per chi conosce Napoli, ma è una novità per il modo in cui la città viene raccontata all'estero: non più solo come luogo di contrasti sociali, ma come laboratorio di identità. È un cambio di sguardo che la nostra redazione registra con interesse.

Resta da vedere se il lavoro di Manfredi troverà spazio anche in Italia. Il Guardian non lo dice, e la nostra redazione non ha elementi per prevederlo. Quello che si può dire è che la pubblicazione su un quotidiano internazionale è, oggi, una delle forme più efficaci di legittimazione per un fotografo italiano: il riconoscimento arriva prima dall'estero, e solo dopo, eventualmente, dal paese in cui le fotografie sono state scattate.

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